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L’affilatore

Chiusa nel velo, coi lunghi occhi obliqui
fissi all’artier da la vermiglia tunica,
ritta presso la porta parlò ella,
e sibilo parea la sua favella:
 
«Affila, affila sulla cote lucida
i tuoi coltelli dai riflessi lividi.
Affila, affila, scarno affilatore:
questo per l’odio, questo per l’amore.
 
Nell’alterno strider le lame oscillano,
com’esse, al ghigno, i tuoi denti sfavillano.
Affila, per l’orgoglio e per l’insulto,
per l’ambascia che cela il suo singulto,
 
per l’invidia che sè con sè dilania,
per la vendetta che in agguato palpita,
per le madri accosciate sulle porte
ad aspettar le creature morte:
 
per ogni triste uomo e triste femmina
ch’abbia commessa la colpa di nascere,
affila, affila i tuoi coltelli a punta,
fino a quando la cote sia consunta.
 
Ma il più aguzzo fra essi, il più terribile,
simile ad un gingillo demonìaco,
o affilatore, al desiderio mio
serbalo, pel nemico che so io:
 
e fra le spalle a tradimento il pènetri,
e si rigiri fra le rosse labbra
della ferita, adagio, con prudenza
raffinata, con perfida scïenza:
 
sì ch’ei lo senta nelle carni, ogni attimo
di sua vita; e s’aggricci per lo spasimo
talvolta; ed a quel sordo incrudelire
soffra più che in morir, senza morire.»

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