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Poesie di tendenza

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Dino Campana

Dino Carlo Giuseppe Campana (Marradi, 20 agosto 1885 – Scandicci, 1º marzo 1932) è stato un poeta italiano. Biografia Dino Campana nacque a Marradi, un piccolo paese tosco-romagnolo sito nella provincia di Firenze, il 20 agosto del 1885, figlio di Giovanni Campana, insegnante di scuola elementare, poi direttore didattico, descritto come un uomo per bene ma di carattere debole e remissivo, e di Francesca Luti, detta Fanny, una donna severa e compulsiva, affetta da mania deambulatoria e fervente credente cattolica. La madre era attaccata in modo morboso al figlio Manlio, più giovane di due anni di Dino. Trascorre l’infanzia in modo apparentemente sereno nel paese natìo, ma intorno all’età dei quindici anni gli vengono diagnosticati i primi disturbi nervosi, che – nonostante tutto – non gli impediranno comunque di frequentare i vari cicli di scuola. Frequenta le elementari a Marradi, poi frequenta la terza, quarta e quinta ginnasio presso il collegio dei Salesiani di Faenza. Intraprende gli studi liceali dapprima presso il Liceo Torricelli della stessa città, ed in seguito a Carmagnola (in provincia di Torino), presso il regio liceo Baldessano, dove consegue la maturità nel luglio del 1903. Quando rientra a Marradi, le crisi nervose si acutizzano, come pure i frequenti sbalzi di umore, sintomi dei difficili rapporti con la famiglia (soprattutto con la madre) ed il paese natío. Per ovviare alla monotonia delle serate marradesi, specie nella stagione invernale, Dino era solito recarsi a Gerbarola, una località poco distante dal borgo, dove con gli abitanti del luogo trascorreva qualche ora mangiando le caldarroste (la castagna è infatti il frutto tipico di Marradi), comunemente appellate con il nome di bruciati. Questo tipo di svago sembrava avere effetti positivi sui suoi disturbi psichici. Dopo il conseguimento del diploma di maturità, Dino, all’età di diciotto anni, si iscrive, nell’autunno del 1903, presso l’Università di Bologna, al corso di laurea in Chimica pura, e nel gennaio dell’anno successivo entra far parte della scuola per gli ufficiali di complemento di Ravenna. Non riesce, però a superare l’esame per diventare sergente, e viene quindi prosciolto dal servizio ed in seguito congedato. Nel 1905 passa alla Facoltà di Chimica farmaceutica presso l’Università di Firenze, ma dopo pochi mesi il suo trasferimento in Toscana, Campana decide di trasferirsi nuovamente a Bologna. Il poeta espresse il suo “male oscuro” con un irrefrenabile bisogno di fuggire e dedicarsi ad una vita errabonda: la prima reazione della famiglia, del paese e successivamente anche dell’autorità pubblica, fu quella di considerare le stranezze di Campana come segni lampanti della sua pazzia. Ad ogni sua fuga, che si realizzava con viaggi in paesi stranieri, dove si dedicava ai mestieri più disparati per sostentarsi, seguiva, da parte della polizia (in conformità con il sistema psichiatrico del tempo, così come per le incertezze dei familiari) il ricovero in manicomio. Inoltre, veniva visto con sospetto per i tratti somatici che venivano giudicati “germanici” e per l’impeto con cui discuteva di poesia e filosofia. Internato per la prima volta nel manicomio di Imola (in provincia di Bologna), nel settembre del 1905, ne tenta una fuga già tra il maggio ed il luglio del 1906, per raggiungere la Svizzera e da lì la Francia. Verrà arrestato a Bardonecchia (in provincia di Torino) e di nuovo ricoverato ad Imola. Ne uscirà nel 1907, per l’interessamento della famiglia a cui viene affidato. Risale intorno al 1907 un suo viaggio in Argentina, presso una famiglia di lontani parenti emigrati, caldeggiato dagli stessi genitori per liberarlo dal tanto odiato paese natìo, e probabilmente perché il conflitto con la madre si era fatto ormai insanabile. Con molta certezza, Dino Campana accetta di partire per lasciarsi soprattutto alle spalle l’esperienza del manicomio, e perché si sentiva attratto per la nuova meta. Il viaggio in Sudamerica rappresenta comunque un punto particolarmente oscuro della biografia del poeta marradese: se alcuni infatti arrivarono a chiamarlo come “il poeta dei due mondi”, c’è anche chi, come per esempio Ungaretti, sostiene invece che in Argentina Campana non ci andò neppure. Regna una certa confusione anche sulle varie versioni intorno alla datazione e alle modalità del viaggio e sul tragitto del ritorno. Tra le varie ipotesi, quella più accreditata vede la sua partenza nell’autunno del 1907 da Genova, ed abbia vagabondato per l’Argentina fino alla primavera del 1909, quando ricompare a Marradi, dove viene arrestato. Dopo un breve internamento al San Salvi di Firenze, riparte per un viaggio in Belgio, ma viene nuovamente arrestato a Bruxelles, venendo quindi internato presso la maison de santé di Tournay all’inizio del 1910. A questo punto, si rivolge in cerca di aiuto alla famiglia e viene rimandato in Italia, a Marradi: vive un periodo più tranquillo; tra il 1912 ed il 1913, infatti, si immatricola per la seconda volta presso l’ateneo bolognese, ma soltanto dopo due mesi, chiede il trasferimento per Genova. Durante il soggiorno universitario nel capoluogo emiliano ha però modo di frequentare i gruppi di goliardi, con i quali riesce a stringere dei solidi rapporti d’amicizia, e degli appassionati di letteratura della sua età. Proprio sui fogli pubblicati dai goliardi bolognesi, infatti, escono le sue prime prove poetiche, alcune delle quali verranno in seguito incluse nell’opera maggiore di Campana, i Canti Orfici. I Canti Orfici Nel 1913 Campana si reca a Firenze, presentandosi alla redazione della rivista Lacerba di Giovanni Papini e Ardengo Soffici, suo lontano parente, a cui consegna il suo manoscritto dal titolo Il più lungo giorno. Non viene però preso in considerazione ed il manoscritto va ben presto perduto (sarà ritrovato solamente sessant’anni dopo, nel 1971, dopo la morte di Soffici, tra le sue carte nella casa di Poggio a Caiano, probabilmente nello stesso posto in cui era stato riposto e subito dimenticato).Dopo qualche mese di attesa irrisposta, Campana scende da Marradi a Firenze per riprendersi il manoscritto. Papini non lo possiede più e lo indirizza da Soffici, che però sostiene di non esserne mai entrato in possesso. Il giovane, la cui mente è già labile, si arrabbia e si dispera, poiché aveva consegnato, ingenuamente, l’unica copia esistente dell’opera. Scrive ed implora insistentemente senza altro risultato che il disprezzo e l’indifferenza di tutto l’ambiente culturale che gravita intorno alle “Giubbe Rosse”. Infine, esasperato, minaccia di venire con il coltello per farsi giustizia dell’"infame" Soffici e dei suoi soci, che definisce “sciacalli”. A proposito del dissidio tra Campana e l’ambiente letterario fiorentino si leggano le parole che Campana scrisse a Papini in una lettera del maggio del 1913: "(...) E se di arte non capite più niente cavatevi da quel focolaio di càncheri che è Firenze e venite qua a Genova: e se siete un uomo d’azione la vita ve lo dirà e se siete artista il mare ve lo dirà. Ma se voi avete un qualsiasi bisogno di creazione non sentite che monta attorno a voi l’energia primordiale di cui inossare i vostri fantasmi? Accademia della Crusca. Accademia dei Lincei. Accademia del mantellaccio: sì, voi siete l’accademia del Mantellaccio; con questo nome ora vi dico in confidenza, io vi chiamo se non rispettate di più l’arte. Mandate via quella redazione che a me sembrano tutti cialtroni. Essi sono ignari del «numero che governa i bei pensieri». La vostra speranza sia fondare l’alta coltura italiana. Fondarla sul violento groviglio delle forze nelle città elettriche sul groviglio delle selvagge anime del popolo, del vero popolo, non di una massa di lecchini, finocchi, camerieri, cantastorie, saltimbanchi, giornalisti e filosofi come siete a Firenze. Sapete, essendo voi filosofo sono in diritto di dire tutto: del resto vi sarete accorto che sono un’intelligenza superiore alla media. Per finire, il vostro giornale è monotono, molto monotono: l’immancabile Palazzeschi, il fatale Soffici: come novità: Le cose che fanno la Primavera. In verità vi dico tutte queste cose non fanno la Primavera ma l’inverno. Ma scrivete un po’ a Marinetti che è un ingegno superiore, scrivetegli che vi mandi qualche cosa di buono: e finitela colla critica” Nell’inverno del 1914, persa ormai ogni speranza di recuperare il manoscritto, Campana decide di riscrivere tutto affidandosi alla memoria e alle sue sparse bozze; in pochi mesi, lavorando anche di notte ed a costo di un enorme sforzo mentale, riesce a riscrivere il libro, con numerose modifiche ed aggiunte. Nella primavera dello stesso anno, Campana riesce finalmente a pubblicare, a proprie spese, la raccolta con il nuovo titolo, appunto, di Canti Orfici, in riferimento alla figura mitologica di Orfeo, il primo dei “poeti-musicisti”. Nel 1915 una recensione ai Canti da parte di Renato Fondi, sul Fanfulla della domenica, gli restituisce "il senso della realtà": trascorre quindi l’anno viaggiando senza una meta fissa tra Torino, Domodossola, ancora Firenze. Scoppia la Grande Guerra: Campana viene esonerato dal servizio militare, ufficialmente per problemi di salute fisica, in realtà perché segnalato ormai come malato psichiatrico grave. Nel 1916 ricerca inutilmente un impiego. Scrive a Emilio Cecchi (che sarà, insieme a Giovanni Boine —che comprese da subito l’importanza di Campana, recensendo i Canti Orfici nel 1914 su Plausi e Botte– e a Giuseppe De Robertis, uno dei suoi pochi estimatori) ed inizia con lo scrittore una breve corrispondenza. A Livorno si scontra con il giornalista Athos Gastone Banti, che scrive su di lui un articolo denigratorio sul quotidiano Il Telegrafo: si arriva quasi al duello.Nello stesso anno conosce la scrittrice Sibilla Aleramo, autrice del romanzo Una donna, con la quale instaura un’intensa quanto tumultuosa relazione, che si interromperà all’inizio del 1917, a seguito di un breve incontro nel Natale del 1916, a Marradi. Esistono testimonianze della relazione avvenuta tra Dino e Sibilla nel carteggio pubblicato da Feltrinelli nel 2000: Un viaggio chiamato amore– Lettere 1916-1918. Il carteggio ha inizio con una lettera della Aleramo, datata 10 giugno 1916, nella quale l’autrice esprime la sua ammirazione per i Canti Orfici, dichiarando di esserne stata “incantata e abbagliata insieme”. Sibilla era allora in vacanza nella Villa La Topaia a Borgo San Lorenzo, mentre Campana era in una stazione climatica presso Firenzuola per rimettersi in salute dopo essere stato colpito da una leggera paresi al lato destro del corpo. Ultimi anni e morte Nel 1918, Campana viene internato presso l’ospedale psichiatrico di Villa di Castelpulci, nei pressi di Scandicci (in provincia di Firenze). Lo psichiatra Carlo Pariani lo va a trovare per intervistarlo e conferma l’inappellabile diagnosi: ebefrenia, una forma estremamente grave ed incurabile di psicosi schizofrenica; tuttavia il poeta sembra essere a suo agio nel manicomio, vivendo una vita tranquilla e, finalmente, sedentaria.Dino Campana muore in ospedale, sembra per una forma di setticemia, causata dal ferimento con un filo spinato nella zona dello scroto, durante un tentativo di fuga, il 1º marzo del 1932. Il 2 marzo, la salma di Campana viene inumata nel cimitero di San Colombano, a Badia a Settimo, nel territorio di Scandicci, ma nel 1942, su diretto interessamento di Piero Bargellini, viene data alle spoglie del poeta una sepoltura più dignitosa e la salma trova riposo nella cappella sottostante il campanile della chiesa di San Salvatore. Durante la seconda guerra mondiale, il 4 agosto del 1944, i tedeschi, in ritirata, fanno saltare con una carica esplosiva il campanile, distruggendo nel contempo anche la cappella. Nel 1946 le ossa del poeta, in seguito ad una cerimonia alla quale partecipano numerosi intellettuali dell’epoca, tra i quali Eugenio Montale, Alfonso Gatto, Carlo Bo, Ottone Rosai, Pratolini ed altri, vengono collocate all’interno della chiesa di San Salvatore a Badia a Settimo, raggiungendo così la loro dimora attuale. La poetica La poesia di Campana è una poesia nuova nella quale si amalgamano i suoni, i colori e la musica in potenti bagliori. Il verso è indefinito, l’articolazione espressiva in un certo senso monotona ma nel contempo ricca di immagini molto forti di annientamento e purezza. Il titolo allude agli inni orfici, genere letterario attestato nell’antica Grecia tra il II e il III secolo d.C. e caratterizzato da una diversa teogonia rispetto a quella classica. Inoltre le preghiere agli dei (in particolare al dio Protogono) sono caratterizzate dagli scongiuri dal male e dalle sciagure. I temi fondamentali Uno dei temi maggiori di Campana, che si trova già all’inizio dei “Canti Orfici” nelle prime parti in prosa– La notte e Il viaggio e il ritorno– è quello dell’oscurità tra il sogno e la veglia. Gli aggettivi e gli avverbi ritornano con una ripetitiva insistenza come di chi detta durante un sogno, sogno però interrotto da forti trasalimenti (si veda la poesia “l’invetriata”, mirabile spleen baudelairiano). Nella seconda parte– nel notturno di “Genova”, ritornano tutti i miti fondamentali che saranno del Campana successivo: le città portuali, la matrona barbarica, le enormi prostitute, le pianure ventose, la schiava adolescente. Già nella prosa si nota l’uso dell’iterazione, l’uso drammatico dei superlativi, l’effetto d’eco nelle preposizioni, il ricorrere alle parole chiave che creano una forte scenografia. Del Serra ha esaminato le figure ricorrenti in Campana: anastrofi, adnominationes, tmesi anacolutiche e chiasmiche, catacresi, anastrofe con aprosdoketon. L’interpretazione della poesia Nel quindicennio che va dalla sua morte alla fine della seconda guerra mondiale (1932-1945) ed anche in seguito, nel periodo dell’espressionismo e del futurismo, l’interpretazione della poesia di Campana si focalizza sullo spessore della parola apparentemente incontrollata, nascosta in una zona psichica di allucinazione e di rovina. Nei suoi versi, dove vi sono elementi deboli di controllo e di approssimativa scrittura, si avverte – a parere di molti critici – il vitalismo delle avanguardie del primo decennio del XX secolo; dai suoi versi, per la verità, hanno attinto poeti molto differenti tra di loro, come Mario Luzi, Pier Paolo Pasolini, Andrea Zanzotto. Campana e Rimbaud Il destino di Campana è stato avvicinato a quello di Rimbaud. Ma, secondo alcuni, tra Campana e il poeta maledetto il punto di contatto (il bisogno di fuggire, l’idea del viaggio, l’abbandono di un mondo civile estraneo) è affrontato in modo molto diverso. Dove Rimbaud abbandona la letteratura per fuggire in Africa e prestarsi a mestieri avventurosi ed alternativi, come il trafficante d’armi, Campana alla fine dei suoi viaggi, senza una vera meta, trova solamente la follia. E se Rimbaud aveva fatto una scelta, Campana non scelse ma fu sopraffatto dagli eventi che attraversarono la sua vita diventandone una vittima: senza però mai disertare la poesia, come, differentemente, aveva fatto il poeta francese. Campana, fino al suo internamento a Castel Pulci, lotterà per la sua poesia e per una vita che non era mai riuscita a donargli nulla in termini di serenità e pace; e anche la strada dell’amore, il suo incontro con Sibilla Aleramo, si trasformerà in una sconfitta. Come scrive Carlo Bo nel saggio “La nuova poesia: Storia della letteratura italiana– il Novecento” (Garzanti, 2001): Eugenio Montale fu tra i primi estimatori ufficiali, il più autorevole ad oggi, delle composizioni di Dino Campana, tanto da dedicargli una poesia o meglio un omaggio a chi meglio di lui aveva saputo piegare le parole fino a renderle ancora più oscure. Sebbene i canti di Dino Campana affondino ben oltre il simbolismo francese, direttamente nelle radici della nostra terra toscana, Campana guarda al Trecento dantesco, al Cavalcanti al Dante della commedia fino ad arrivare ai canti del Foscolo (Giacomo Leopardi ancora non era stato molto diffuso), ed è toccante l’allusione dantesca con cui Eugenio Montale chiude questa struggente lirica di stampo prettamente biografico (di Dino Campana si evitava di citare per motivi piccoli borghesi la sua vita e i suoi amori travagliati nonché il suo pacifismo antinterventista) e proprio per questo ancor più provocatoria: “fino a quando riverso a terra cadde!”. Dino Campana e l’arte La critica ha spesso indagato e continua ad interrogarsi su quanto vi è di figurativo nell’opera del poeta di Marradi, conosciuto dall’immaginario come il poeta folle e visionario. Nel 1937 Gianfranco Contini scriveva «Campana non è un veggente o un visionario: è un visivo, che è quasi la cosa inversa». Nei Canti Orfici sussistono infatti elementi sia visivi che visionari con numerosi riferimenti alla pittura. Analizzando la funzione che questi aspetti hanno all’interno dell’opera si nota con evidenza come al lato visionario, con riferimento a Leonardo, a De Chirico e all’arte toscana, sia affiancato in perfetta coesione quello visivo che trova le sue allusioni nel futurismo. Pasolini, che aveva riletto con molta attenzione l’opera di Campana, aveva scritto «Particolarmente precisa era la sua cultura pittorica: gli apporti nella sua lingua del gusto cubista e di quello del futurismo figurativo sono impeccabili. Alcune sue brevi poesie-nature morte sono tra le più riuscite e se sono alla "manière de" lo sono con un gusto critico di alta qualità». A proposito poi delle conoscenze leonardesche dell’autore si può leggere, in una lettera del 12 maggio 1914 scritta da Campana a Soffici da Ginevra «Ho trovato alcuni studi, purtroppo tedeschi, di psicoanalisi sessuale di Segantini, Leonardo e altri (in particolare “Sesso e carattere” di Otto Weininger) che contengono cose in Italia inaudite: potrei fargliene un riassunto per Lacerba». La critica Dopo la pubblicazione dei “Canti Orfici” inizia subito la critica con tre articoli che, se pur differenti, danno origine al mito Campana: sulla rivista “La Voce” appare, verso la fine del 1914, l’articolo di Giuseppe De Robertis, sulla “Tribuna” quello di Emilio Cecchi e sulla “Riviera Ligure” quello di Giovanni Boine entrambi del 1915. Il ritrovamento del manoscritto de Il più lungo giorno tra le carte di Soffici fu annunciato sul Corriere della Sera del 17 giugno 1971 da Mario Luzi e ha consentito nuove forme di indagini sul complesso degli scritti campaniani. Citazioni e dediche a Dino Campana CinemaA Dino Campana sono stati dedicati quattro film: Dino Campana, 1974, regia di Marco Moretti Inganni, 1985, regia di Luigi Faccini Il più lungo giorno, 1997, regia di Roberto Riviello Un viaggio chiamato amore, 2002, regia di Michele Placido. La Scomparsa, 2016, regia di Maria Luisa CarrettoRomanziAl viaggio di Dino Campana in Uruguay e in Argentina è dedicato il romanzo di Laura Pariani Questo viaggio chiamavamo amore (Einaudi 2015).PoesiaAlla storia di amore fra Campana a la Aleramo è dedicata la poesia Sibilla del poeta Riccardo Savini, inclusa nella raccolta Nero oro ero (2010). Alla relazione tra Dino Campana e Sibilla Aleramo è dedicata la poesia di Daniele Miglio Dino e Sibilla pubblicata nella raccolta intitolata proprio Dino e Sibilla uscita nel 2011 per Edizioni il Papavero. Nell’opera vi sono più riferimenti alla poetica e al pensiero del Campana.TeatroAlla vicenda di Campana sono stati dedicati la pièce teatrale Quasi un uomo dello scrittore argentino Gabriel Cacho Millet (curatore anche dell’epistolario di Campana dal titolo Le mie lettere sono fatte per essere bruciate), la pièce teatrale “ Dino Campana poeta ” (testo di Andrea Manzi) per la regia di Lorenzo Cicero che debuttò a Marradi in occasione del primo centenario della nascita; il racconto di Antonio Tabucchi Vagabondaggio ne Il gioco del rovescio nell’edizione del 1988 e quattro film: il primo, “Dino Campana”, girato nel 1974 in formato S.8 dal giovane Marco Moretti (vincitore del Premio Nazionale "Dal S.8 al 35mm"), incentrato sulle connessioni tra vita e poesia; l’ultimo è quello di Michele Placido Un viaggio chiamato amore (2002), con Stefano Accorsi nei panni di Campana e Laura Morante in quelli di Sibilla Aleramo. A Dino Campana è stato dedicato lo spettacolo “Nottecampana” con Carlo Monni, Arlo Bigazzi, Orio Odori e Giampiero Bigazzi, da cui sono stati tratti il cd omonimo (2009, Materiali Sonori) e il libro “Nottecampana– Storie di Dino Campana o dell’urgenza della poesia” (2010, Editrice Zona). La vicenda biografica e poetica di Dino Campana viene narrata nella pièce teatrale "La più lunga ora, ricordi di Dino Campana, Poeta, Pazzo" scritta e diretta da Vinicio Marchioni, (2008) con Vinicio Marchioni, Milena Mancini, Ruben Rigillo.MusicaAlla vita di Campana è dedicata la canzone di Massimo Bubola dal titolo “Dino Campana” uscita nel 1997 all’interno del disco Mon trésor. Campana è citato nella Canzone per Alda Merini (1999) di Roberto Vecchioni. Il compositore italiano Lorenzo Signorini ha scritto due brani per voce recitante, arpa e percussioni ispirate ai Canti Orfici di Campana: Le Stelle le Pallide Notturne (2003) e La sera di fiera (2004). Il cantautore fiorentino Massimiliano Larocca ha musicato la poesia di Campana “La petite promenade du poete”, pubblicata nel suo album La breve estate del 2008. Nel 2016 Massimiliano Larocca pubblica il disco “Un mistero di sogni avverati”, nel quale compaiono 13 poesie di Dino Campana musicate integralmente dal cantautore fiorentino. All’album partecipano Riccardo Tesi, Nada, Sacri Cuori, Hugo Race e Cesare Basile “Da lontano un ubriaco canta amore alle persiane” è citato nel brano del 1998 “Ubriaco canta amore” della BandabardòCinemaI versi Fabbricare fabbricare fabbricare / preferisco il rumore del mare / che dice fabbricare fare e disfare hanno ispirato il titolo del film Preferisco il rumore del mare di Mimmo Calopresti. Nel 2016 è stato realizzato il cortometraggio “L’alluvione ha sommerso”. Il film breve racconta in modo originale la genesi dei Canti Orfici e si lega alla poesia “L’alluvione ha sommerso il pack dei mobili” di Eugenio Montale, in cui l’autore ricorda la tragica alluvione di Firenze del 1966 durante la quale, tra le tante cose, l’acqua del fiume Arno gli portò via anche una copia del volume campaniano. La regia del film, prodotto da Esecutivi per lo Spettacolo con il supporto del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, di Luca Dal Canto, già autore di un cortometraggio tratto da una poesia di Giorgio Caproni ("Il cappotto di lana", 2012, 53 selezioni e 16 premi) e di un altro film breve ispirato alla figura di Amedeo Modigliani ("Due giorni d’estate", 2014, 29 selezioni e 5 premi). “L’alluvione ha sommerso” è stato scritto da Dino Castrovilli e Giuseppe Giachi. Dino Campana è interpretato dall’attore e performer turco Murat Onol. Opere di Campana Opera Canti Orfici, Tip. Ravagli, Marradi, 1914 Canti Orfici ed altre liriche. Opera completa, prefazione di B. Binazzi, Vallecchi, Firenze, 1928, pp. 166 Canti Orfici, a cura di Enrico Falqui, terza ed., Vallecchi, Firenze, 1941, pp. 210 Canti Orfici e altri scritti, a cura di E. Falqui, Vallecchi, Firenze, 1952, 1960, 1962 Canti Orfici e altri scritti, nota biografica a cura di E. Falqui, nota critica e commento di Silvio Ramat, Vallecchi, Firenze, 1966, pp. 362 Canti Orfici e altri scritti, a cura di Arrigo Bongiorno, introduzione di Carlo Bo, Mondadori, Milano, 1972, pp. 168 Opere e contributi, a cura di E. Falqui, prefazione di Mario Luzi, note di Domenico De Robertis e S. Ramat, 1972 Carteggio con Sibilla Aleramo, a cura di N. Gallo, Vallecchi, Firenze, 1973 Canti Orfici, introduzione e commento e Fiorenza Ceragioli, Vallecchi, Firenze, 1985, pp. 350 Canti Orfici e altre poesie, introduzione e note di N. Bonifazi, Garzanti, Milano, 1989 Canti Orfici, a cura di M. Lunetta, Newton Compton, Roma, 1989 Opere. Canti Orfici. Versi e scritti sparsi pubblicati in vita. Inediti, a cura di S. Vassalli e C. Fini, TEA, Milano, 1989 Canti Orfici, edizione critica a cura di G. Grillo, Vallecchi, Firenze, 1990 Canti Orfici, commento di M. Caronna, Rubbettino, Messina, 1993 Canti Orfici, a cura di R. Ridolfi, introduzione di P. L. Ladron de Guevara, Libreria Chiari, Firenze, 1994 (ristampa anastatica dell’edizione di Marradi, 1914) Canti Orfici, a cura di C. Bene, Bompiani, Milano, 1999 (con Compact disc) ISBN 88-452-4072-X Canti Orfici e altre poesie, a cura di Renato Martinoni, Einaudi, Torino, 2003 Canti Orfici, edizione anastatica a cura di Fabio Barricalla e Andrea Lanzola, con un apocrifo di Marco Ercolani, una nota di Veronica Pesce e un 'plauso’ di Giovanni Boine, Matisklo edizioni, Savona, 2016 Altro Inediti, a cura di E. Falqui, Vallecchi, Firenze, 1942 Taccuino, a cura di Matacotta, Edizioni Amici della Poesia, Fermo, 1949 (poi in Taccuini, edizione critica e commento di F.Ceragioli, Scuola Normale Superiore, Pisa, 1990) Taccuinetto faentino, a cura di D. De Robertis, Vallecchi, Firenze, 1960 Fascicolo marradese inedito del poeta dei “Canti Orfici”, a cura di F. Ravagli, Giunti-Bemporad Marzocco, Firenze, 1972 Il più lungo giorno. I. Riproduzione anastatica del manoscritto ritrovato dei Canti Orfici, II: Il testo critico, a cura di D. De Robertis, prefazione di E. Falqui, Archivi di Arte e Cultura Dell’Età Moderna– Vallecchi, Roma-Firenze, 1973 (Poi su CD-ROM: Vallecchi, Firenze, 2002 Epistolari D. Campana, Le mie lettere sono fatte per essere bruciate, G. S. All’insegna del pesce d’oro, Milano, 1978 Souvenir d’un pendu. Carteggio 1910-1931, a cura di G. Cacho Millet, Napoli, 1985 D. Campana– Sibilla Aleramo, Un viaggio chiamato amore, Feltrinelli, Milano, 2003 Dino Campana-Sibilla Aleramo, a cura di Bruna Conti, Feltrinelli, 2000. Da questo carteggio è stato tratto il film Un viaggio chiamato amore (di Michele Placido, 2002) con Stefano Accorsi nel ruolo di Campana e Laura Morante nel ruolo di Sibilla Aleramo. D. Campana, Un po’ del mio sangue– Canti Orfici, Poesie sparse, Canto proletario italo-francese, lettere (1910- 1931), a cura di S. Vassalli, BUR, Milano, 2005 D. Campana, Lettere di un povero diavolo, Carteggio (1903-1931) Con altre testimonianze epistolari su Dino Campana (1903-1998) a cura di Gabriel Cacho Millet. In copertina una foto inedita di Dino, Polistampa, 2011. Traduzioni Dino Campana. Cantos órficos/Canti orfici. Tradução de Gleiton Lentz. Desterro: Edições Nephelibata, 2004. Dino Campana. Chants orphiques. Traduction: Christophe Mileschi. Editeur: Éditions L’Âge d’Homme.février 1997. ISBN 2-8251-0849-9 Fumetti Dino Campana. A jornada de um neurastênico/La giornata di un nevrastenico. Fumetti di Aline Daka e traduzione di Gleiton Lentz. (n.t.) Revista Literária em Tradução, n. 7, set. 2013, pp. 337–348. ISSN 2177-5141 Simone Lucciola, Rocco Lombardi, Campana, contributi di G. Cacho Millet, P. Pianigiani, G. Neri, Guida, 2014, ISBN 978-88-97980-17-9 Pablo Echaurren, Vita disegnata di Dino Campana, Editori del Grifo, Montepulciano 1994. Riferimenti Wikipedia – https://it.wikipedia.org/wiki/Dino_Campana

Ada Negri

Ada Negri (Lodi, 3 febbraio 1870 – Milano, 11 gennaio 1945) è stata una poetessa, scrittrice e insegnante italiana. È ricordata inoltre per essere stata la prima e unica donna a essere ammessa all’Accademia d’Italia. Biografia Ada Negri nacque a Lodi il 3 febbraio 1870. Le sue origini erano umili: suo padre Giuseppe era vetturino e sua madre, Vittoria Cornalba, tessitrice; passò l’infanzia nella portineria del palazzo dove la nonna, Peppina Panni, lavorava come custode presso la nobile famiglia Barni, legata un tempo al celebre mezzosoprano Giuditta Grisi, fino alla morte della quale era stata governante Peppina: sul rapporto tra Grisi e la sua famiglia, Ada costruirà il mito della propria infanzia. In portineria Ada passava molto tempo sola, osservando il passaggio delle persone, come descritto nel romanzo autobiografico Stella Mattutina (1921). Ad appena un anno dalla nascita rimase orfana del padre, avvinazzato e avvezzo al canto, considerato, dunque, un peso dalla madre Vittoria: fu grazie ai sacrifici di questa, la quale cercò un guadagno sicuro in fabbrica, che Ada poté frequentare la Scuola Normale femminile di Lodi, ottenendo il diploma di insegnante elementare. Il suo primo impiego fu al Collegio Femminile di Codogno, nel 1887. La vera esperienza d’insegnamento che segnò la sua vita e la produzione artistica, però, fu intrapresa a partire dal 1888, nella scuola elementare di Motta Visconti, paesotto in provincia di Milano nel quale Ada passò il periodo più felice della sua vita; al mestiere di maestra è legata e contemporanea l’attività di poetessa: fu in questo periodo che iniziò a pubblicare i suoi scritti su un giornale lombardo, il Fanfulla di Lodi. In questo periodo compose le poesie poi pubblicate nel 1892 nella raccolta Fatalità: questo libro ebbe un grande successo, portando Ada ad acquistare grande fama, a tal punto che, su decreto del ministro Zanardelli, le fu conferito il titolo di docente per chiara fama presso l’Istituto superiore “Gaetana Agnesi” di Milano. Così si trasferì con la madre nel capoluogo lombardo.A Milano entrò in contatto con i membri del Partito socialista italiano, anche grazie agli apprezzamenti ricevuti da alcuni di essi per la propria produzione poetica, nella quale è molto sentita la questione sociale. Tra loro ebbe un ruolo fondamentale il giornalista Ettore Patrizi, col quale ebbe intense relazioni epistolari; conobbe poi Filippo Turati, Benito Mussolini e Anna Kuliscioff (della quale ebbe a dire di sentirsi sorella ideale). Nel 1894 vinse il Premio Giannina Milli per la poesia. Nello stesso anno uscì la sua seconda raccolta di poesie, Tempeste, meno apprezzata di Fatalità, nonché vittima di una forte critica da parte di Luigi Pirandello. In questo periodo la sua lirica si concentrò soprattutto su temi sociali ed ebbe forti toni di denuncia, tanto da farla definire la poetessa del Quarto Stato. Il 1896 fu l’anno di uno sbrigativo e presto fallimentare matrimonio con Giovanni Garlanda, industriale tessile di Biella, dal quale ebbe la figlia Bianca, ispiratrice di molte poesie, e un’altra bambina, Vittoria, che morì a un mese di vita. Da questo periodo le sue vicende personali modificarono fortemente la sua poetica e le sue opere divennero fortemente introspettive e autobiografiche, come si vede in Maternità, pubblicata nel 1904, e Dal Profondo (1910). La separazione con Garlanda avvenne nel 1913, anno in cui Ada si trasferì a Zurigo, dove rimase fino all’inizio della Prima guerra mondiale e dove strinse amicizia, tra gli altri, con Fulcieri Paulucci de Calboli; da Zurigo scrive Esilio, pubblicato nel 1914, opera con evidente riferimento autobiografico, e la raccolta di novelle Le solitarie, pubblicata nel 1917, opera moderna ed attenta alle molte sfaccettature della tematica femminile. L’anno seguente esce Orazioni, raccolta di odi alla patria: gli anni della guerra avevano trasformato la passione civile in patriottismo, accompagnato all’avvicinamento alle posizioni mussoliniane. Dal 1915 si ha traccia della sua presenza a Lodi attraverso la corrispondenza con l’attrice Paola Pezzaglia, interprete sulle scene della sua poesia.La corda principale della sua poesia erano ormai i sentimenti e, avanzando gli anni, la memoria: nel 1919, lo stesso anno in cui moriva la madre Vittoria, da un’altra esperienza amorosa nasceva una nuova raccolta di poesie, Il libro di Mara, raccolta inusuale per la società cattolica e conservatrice di quell’epoca. Due anni dopo, nel 1921, anno del matrimonio della figlia Bianca, è la volta di Stella mattutina, romanzo autobiografico di successo. Nel 1926 e nel '27 Ada Negri venne nominata al Premio Nobel per la Letteratura. Nel 1931 l’autrice fu insignita del Premio Mussolini per la carriera; erano gli anni in cui Benito Mussolini ancora utilizzava i rapporti nati nel suo periodo socialista. Il premio consacrò Ada Negri come intellettuale di regime, tanto che nel 1940 fu la prima donna membro dell’Accademia d’Italia.Ma ormai la sua vita era permeata da profondo pessimismo, chiusa in se stessa e in una ritrovata religiosità che la portarono ad affondare in un progressivo oblio. Morì nel 1945 e fu sepolta nel famedio di Milano. Il 3 aprile 1976 la sua tomba è stata traslata nell’antica Chiesa di San Francesco a Lodi. Influenze Scolastiche * Dante Alighieri * Giacomo Leopardi * Omero * Ugo Foscolo Personali * Gabriele d’Annunzio: imponente modello linguistico in quegli anni, soprattutto nella cosiddetta prosa d’arte. * Arnaldo Fusinato: poeta semplice, conosciuto e recitato dalla madre Vittoria. * Henrik Ibsen, con la sua opera Casa di bambola, incentrata sulla condizione della donna nell’Ottocento. * Anna Kuliscioff: per l’ispirazione e la formazione politica. * Mario Rapisardi: Ada ne ama il binomio popolo e arte. Scapigliatura: Iginio Ugo Tarchetti con Fosca, le cui protagoniste femminili hanno molto in comune coi modelli de Le solitarie; Arrigo Boito con Dualismo, del quale Ada apprezza la voce monologante, la dissociazione e la tendenza all’antitesi. * Verismo (e Naturalismo), da cui Ada trae lo stile indiretto libero e col quale ha in comune l’interesse per le classi sociali più umili. * Walt Whitman, dal quale apprende il rapporto natura-anima, presente soprattutto nelle poesie. Opere Poesia * Fatalità, Milano, F.lli Treves, 1892 * Tempeste Milano, F.lli Treves, 1895 * Maternità, Milano, F.lli Treves, 1904 * Dal Profondo, Milano, F.lli Treves, 1910 * Esilio, Milano, F.lli Treves, 1914 * Orazioni, Milano, F.lli Treves, 1918 * Il libro di Mara, Milano, F.lli Treves, 1919 * traduzione inglese da Maria A. Costantini: The Book of Mara, New York, Italica Press, 2011 * I canti dell’isola, Milano, Mondadori, 1924 * traduzione inglese da Maria A. Costantini: Songs of the Island, New York, Italica Press, 2011 * Vespertina, Milano, Mondadori, 1930 * Il dono, Milano-Verona, A. Mondadori, 1936 * Fons amoris,1939-1943, Milano, A. Mondadori, 1946 (postumo) * Le cartoline della nonna, Firenze, Giunti-Nardini, 1973 (postumo) * Poesie, a cura e con introduzione di Silvio Raffo, Milano, Mondadori, 2002 (postumo) Impostazioni di poesie * Pasqua di Resurrezione e molti altri, vedono Paola Maurizi, Ettore Patrizi, Ada Negri e la musica: Musiche su versi di Ada Negri Narrativa * Le solitarie, novelle, Milano, Castoldi, 1917 * Stella mattutina, Roma-Milano, A. Mondadori, 1921 * Finestre alte, novelle, Milano, A. Mondadori, 1923 * Le strade, Milano, A. Mondadori, 1926 * Sorelle, Milano, A. Mondadori, 1929 * Di giorno in giorno, prose, Milano, A. Mondadori, 1932 * Erba sul sagrato, intermezzo di prose, 1931-9-1939-17, Milano, A. Mondadori, 1939 * Oltre, prose e novelle, Milano, A. Mondadori, 1946 (postumo) * Santa Caterina da Siena, Biografia, Edizione Cateriniane, 1961(?, postumo) Riferimenti Wikipedia – https://it.wikipedia.org/wiki/Ada_Negri

Francesco Petrarca

Francesco Petrarca (Arezzo, 20 luglio 1304 – Arquà, 19 luglio 1374) è stato uno scrittore, poeta, filosofo e filologo italiano, considerato il precursore dell’umanesimo e uno dei fondamenti della letteratura italiana, soprattutto grazie alla sua opera più celebre, il Canzoniere, patrocinato quale modello di eccellenza stilistica da Pietro Bembo nei primi del Cinquecento. Uomo moderno, slegato ormai dalla concezione della patria come mater e divenuto cittadino del mondo, Petrarca rilanciò, in ambito filosofico, l’agostinismo in contrapposizione alla scolastica e operò una rivalutazione storico-filologica dei classici latini. Fautore dunque di una ripresa degli studia humanitatis in senso antropocentrico (e non più in chiave assolutamente teocentrica), Petrarca (che ottenne la laurea poetica a Roma nel 1341) spese l’intera sua vita nella riproposta culturale della poetica e filosofia antica e patristica attraverso l’imitazione dei classici, offrendo un’immagine di sé quale campione di virtù e della lotta contro i vizi. La storia medesima del Canzoniere, infatti, è più un percorso di riscatto dall’amore travolgente per Laura che una storia d’amore, e in quest’ottica si deve valutare anche l’opera latina del Secretum. Le tematiche e la proposta culturale petrarchesca, oltre ad aver fondato il movimento culturale umanistico, diedero avvio al fenomeno del petrarchismo, teso ad imitare stilemi, lessico e generi poetici propri della produzione lirica volgare dell’Aretino. Biografia Giovinezza e formazione La famiglia Francesco Petrarca nacque il 20 luglio del 1304 ad Arezzo da Eletta Cangiani (o Canigiani) e da ser Petracco, entrambi fiorentini. Ser Petracco, notaio originario di Incisa, apparteneva alla fazione dei guelfi bianchi e fu amico di Dante Alighieri, esiliato da Firenze nel 1302 per l’arrivo di Carlo di Valois, apparentemente entrato nella città toscana quale paciere di papa Bonifacio VIII, ma in realtà inviato per sostenere i guelfi neri contro quelli bianchi. La sentenza del 10 marzo 1302 emanata da Cante Gabrielli da Gubbio, podestà di Firenze, esiliava tutti i guelfi bianchi, compreso ser Petracco che, oltre all’oltraggio dell’esilio, fu condannato al taglio della mano destra. Dopo Francesco, nacque prima un figlio naturale di ser Petracco di nome Giovanni, del quale Petrarca tacerà sempre nei suoi scritti e che diverrà monaco olivetano e morirà nel 1384; poi, nel 1307, l’amato fratello Gherardo, futuro monaco certosino. L’infanzia raminga e l’incontro con Dante A causa dell’esilio paterno, il giovane Francesco trascorse l’infanzia in diversi luoghi della Toscana – prima ad Arezzo (dove la famiglia si era rifugiata in un primo tempo), poi a Incisa e Pisa – dove il padre era solito spostarsi per ragioni politico-economiche. In questa città il padre, che non aveva perso la speranza di rientrare in patria, si era riunito ai guelfi bianchi e ai ghibellini nel 1311 per accogliere l’imperatore Arrigo VII. Secondo quanto affermato dallo stesso Petrarca nella Familiare XXI 15 7 indirizzata all’amico Boccaccio, in questa città avvenne, probabilmente, il suo unico e fugace incontro con l’amico del padre, Dante. Tra Francia e Italia (1312-1326) = Il soggiorno a Carpentras = Tuttavia, già nel 1312 la famiglia si trasferì a Carpentras, vicino Avignone (Francia), dove Petracco ottenne incarichi presso la Corte pontificia grazie all’intercessione del cardinale Niccolò da Prato. Nel frattempo, il piccolo Francesco studiò a Carpentras sotto la guida del letterato Convenevole da Prato (1270/75-1338), amico del padre che verrà ricordato dal Petrarca con toni d’affetto nella Senile XVI, 1. Alla scuola di Convenevole, presso la quale studiò dal 1312 al 1316, conobbe uno dei suoi più cari amici, Guido Sette, arcivescovo di Genova dal 1358, al quale Petrarca indirizzò la Senile X, 2. = Gli studi giuridici a Montpellier e a Bologna = L’idillio di Carpentras durò fino all’autunno del 1316, allorché Francesco, il fratello Gherardo e l’amico Guido Sette furono inviati dalle rispettive famiglie a studiare diritto a Montpellier, città della Linguadoca, ricordata anch’essa come luogo pieno di pace e di gioia. Nonostante ciò, oltre al disinteresse e al fastidio provati nei confronti della giurisprudenza, il soggiorno a Montpellier fu funestato dal primo dei vari lutti che Petrarca dovette affrontare nel corso della sua vita: la morte, a soli 38 anni, della madre Eletta nel 1318 o 1319. Il figlio, ancora adolescente, compose il Breve pangerycum defuncte matris (poi rielaborato nell’epistola metrica 1, 7), in cui vengono sottolineate le virtù della madre scomparsa, riassunte nella parola latina electa. Il padre, poco dopo la scomparsa della moglie, decise di cambiare sede per gli studi dei figli inviandoli, nel 1320, nella ben più prestigiosa Bologna, anche questa volta accompagnati da Guido Sette e da un precettore che seguisse la vita quotidiana dei figli. In questi anni Petrarca, sempre più insofferente verso gli studi di diritto, si legò ai circoli letterari felsinei, divenendo studente e amico dei latinisti Giovanni del Virgilio e Bartolino Benincasa, coltivando così i primi studi letterari e iniziando quella bibliofilia che lo accompagnò per tutta la vita. Gli anni bolognesi, al contrario di quelli trascorsi in Provenza, non furono tranquilli: nel 1321 scoppiarono violenti tumulti in seno allo Studium in seguito alla decapitazione di uno studente, fatto che spinse Francesco, Gherardo e Guido a ritornare momentaneamente ad Avignone. I tre rientrarono a Bologna per riprendervi gli studi dal 1322 al 1325, anno in cui Petrarca ritornò ad Avignone per «prendere a prestito una grossa somma di denaro», vale a dire 200 lire bolognesi spese presso il libraio bolognese Bonfigliolo Zambeccari. Il periodo avignonese (1326-1341) La morte del padre e il servizio presso la famiglia Colonna Nel 1326 ser Petracco morì, permettendo a Petrarca di lasciare finalmente la facoltà di diritto a Bologna e di dedicarsi agli studi classici che sempre più lo appassionavano. Per dedicarsi a tempo pieno a quest’occupazione doveva trovare una fonte di sostentamento che gli permettesse di ottenere un qualche guadagno remunerativo: lo trovò quale membro del seguito prima di Giacomo Colonna, arcivescovo di Lombez; poi del fratello di Giacomo, il cardinale Giovanni, dal 1330. L’essere entrato a far parte della famiglia, tra le più influenti e potenti dell’aristocrazia romana, permise a Francesco di ottenere non soltanto quella sicurezza di cui aveva bisogno per iniziare i propri studi, ma anche di estendere le sue conoscenze in seno all’élite culturale e politica europea. Difatti, in veste di rappresentante degli interessi dei Colonna, Petrarca compì, tra la primavera e l’estate del 1333, un lungo viaggio nell’Europa del Nord, spinto dall’irrequieto e risorgente desiderio di conoscenza umana e culturale che contrassegnò l’intera sua agitata biografia: fu a Parigi, Gand, Liegi, Aquisgrana, Colonia, Lione. Particolarmente importante fu la primavera/estate del 1330 allorché, nella città di Lombez, Petrarca conobbe Angelo Tosetti e il musico e cantore fiammingo Ludwig Van Kempen, il Socrates cui verrà dedicata la raccolta epistolare delle Familiares. Poco dopo essere entrato a far parte del seguito del vescovo Giovanni, Petrarca prese gli ordini sacri, divenendo canonico, col fine di ottenere i benefici connessi all’ente ecclesiastico di cui era investito. Nonostante la sua condizione di religioso (è attestato che dal 1330 l’Aretino è nella condizione di chierico), Petrarca ebbe comunque dei figli nati con donne ignote, figli tra cui spiccano per importanza, nella successiva vita del poeta, Giovanni (nato nel 1337), e Francesca (nata nel 1343). L’incontro con Laura Secondo quanto afferma nel Secretum, Petrarca incontrò per la prima volta, nella chiesa di Santa Chiara ad Avignone, il 6 aprile del 1327 (che cadde di lunedì. Pasqua fu il 12 aprile, e il Venerdì santo il 10 aprile in quell’anno), Laura, la donna che sarà l’amore della sua vita e che sarà immortalata nel Canzoniere. La figura di Laura ha suscitato, da parte dei critici letterari, le opinioni più diverse: identificata da alcuni con una Laura de Noves coniugata de Sade (morta nel 1348 a causa della peste, come la stessa Laura petrarchesca), altri invece tendono a vedere in tale figura un senhal dietro cui nascondere la figura dell’alloro poetico (pianta che, per gioco etimologico, si associa al nome femminile), suprema ambizione del letterato Petrarca. L’attività filologica = La scoperta dei classici e la spiritualità patristica = Come accennato prima, Petrarca manifestò già durante il soggiorno bolognese una spiccata sensibilità letteraria, professando una grandissima ammirazione per l’antichità classica. Oltre agli incontri con Giovanni del Virgilio e Cino da Pistoia, importante per la nascita della sensibilità letteraria del poeta fu il padre stesso, fervente ammiratore di Cicerone e della letteratura latina. Difatti ser Petracco, come racconta Petrarca nella Senile XVI, 1, donò al figlio un manoscritto contenente le opere di Virgilio e la Rethorica di Cicerone e, nel 1325, un codice delle Etymologiae di Isidoro di Siviglia e uno contenente le lettere di san Paolo. In quello stesso anno, dimostrando la passione sempre crescente per la Patristica, il giovane Francesco comprò un codice del De Civitate Dei di Agostino d’Ippona e, verso il 1333, conobbe e cominciò a frequentare l’agostiniano Dionigi di Borgo San Sepolcro, dotto monaco agostiniano e professore di teologia alla Sorbona. Dionigi regalò al giovane Petrarca un codice tascabile delle Confessiones, lettura che aumentò ancor di più la passione del Nostro per la spiritualità patristica agostiniana. Dopo la morte del padre e l’essere entrato a servizio dei Colonna, Petrarca si buttò a capofitto nella ricerca di nuovi classici, cominciando a visionare i codici della Biblioteca Apostolica (ove scoprì la Naturalis Historia di Plinio il Vecchio) e, nel corso del viaggio nel Nord Europa compiuto nel 1333, Petrarca scoprì e ricopiò il codice del Pro Archia poeta di Cicerone e dell’apocrifa Ad equites romanos, conservati nella Biblioteca Capitolare di Liegi. = L’alba della filologia umanistica = Oltre alla dimensione di explorator, Petrarca cominciò a sviluppare, tra gli anni '20 e '30, le basi per la nascita del metodo filologico moderno, basato sul metodo della collatio, sull’analisi delle varianti (e quindi sulla tradizione manoscritta dei classici, depurandoli dagli errori dei monaci amanuensi con la loro emendatio oppure completando i passi mancanti per congettura). Sulla base di queste premesse metodologiche, Petrarca lavorò alla ricostruzione, da un lato, dell’Ab Urbe condita dello storico latino Tito Livio; dall’altro, della composizione del grande codice contenente le opere di Virgilio e che, per la sua attuale locazione, è chiamato Virgilio ambrosiano. Da Roma a Valchiusa: l’Africa e il De viris illustribus Mentre portava avanti questi progetti filologici, Petrarca cominciò a intrattenere con papa Benedetto XII (1334-1342) un rapporto epistolare (Epistolae metricae I, 2 e 5) con cui esortava il nuovo pontefice a ritornare a Roma e continuò il suo servizio presso il cardinale Giovanni Colonna, su concessione del quale poté intraprendere un viaggio a Roma, dietro richiesta di Giacomo Colonna che desiderava averlo con sé. Giuntovi sul finire di gennaio del 1337, nella Città Eterna Petrarca poté toccare con mano i monumenti e le antiche glorie dell’antica capitale dell’Impero Romano, rimanendone estasiato. Rientrato nell’estate del 1337 in Provenza, Petrarca comprò una casa a Valchiusa, appartata località sita nella valle della Sorgue, nel tentativo di sfuggire all’attività frenetica avignonese, ambiente che lentamente cominciò a detestare in quanto simbolo della corruzione morale in cui era caduto il Papato. Valchiusa (che durante le assenze del giovane poeta era affidata al fattore Raymond Monet di Chermont) fu anche il luogo ove Petrarca poté concentrarsi nella sua attività letteraria e accogliere quel piccolo cenacolo di amici eletti (a cui si aggiunse il vescovo di Cavaillon, Philippe de Cabassolle) con cui trascorrere giornate all’insegna del dialogo colto e della spiritualità Fu in questo periodo appartato che l’Aretino, forte della sua esperienza filologico-letteraria, incominciò a stendere le due opere che sarebbero dovute diventare il simbolo della rinascenza classica: l’Africa e il De viris illustribus. La prima, opera in versi intesa a ricalcare le orme virgiliane, narra dell’impresa militare romana della seconda guerra punica, incentrata sulle figure di Scipione l’Africano, modello etico insuperabile della virtù civile della Repubblica romana. La seconda, invece, è un medaglione di 36 vite di uomini illustri improntata sul modello liviano e quello floriano. La scelta di comporre un’opera in versi e un’opera in prosa, ricalcanti i modelli sommi dell’antichità nei due rispettivi generi letterari e intesi a recuperare, oltre alla veste stilistica, anche quella spirituale degli antichi, diffusero presto il nome di Petrarca al di là dei confini provenzali, giungendo in Italia. Tra l’Italia e la Provenza (1341-1353) L’incoronazione poetica Il nome di Petrarca quale uomo eccezionalmente colto e grande letterato fu diffuso grazie all’influenza della famiglia Colonna e dell’agostiniano Dionigi. Se i primi avevano influenza presso gli ambienti ecclesiastici e gli enti a essi collegati (quali le Università europee, tra le quali spiccava la Sorbona), padre Dionigi fece conoscere il nome dell’Aretino presso la corte del re di Napoli Roberto d’Angiò, presso il quale fu chiamato in virtù della sua erudizione. Petrarca, approfittando della rete di conoscenze e di protettori di cui disponeva, pensò di ottenere un riconoscimento ufficiale per la sua attività letteraria innovatrice a favore dell’antichità, patrocinando così la sua incoronazione poetica. Difatti, nella Familiare II, 4, Petrarca confidò al padre agostiniano la sua speranza di ricevere l’aiuto del sovrano angioino per realizzare questo suo sogno, intessendone le lodi. Nel contempo, il 1º settembre del 1340, la Sorbona fece sapere al Nostro l’offerta di una incoronazione poetica a Parigi; proposta che, nel pomeriggio dello stesso giorno, giunse analoga dal Senato di Roma. Su consiglio di Giovanni Colonna, Petrarca, che desiderava essere incoronato nell’antica capitale dell’Impero romano, accettò la seconda offerta, accogliendo poi l’invito di re Roberto di essere esaminato da lui stesso a Napoli prima di arrivare a Roma per ottenere la sospirata incoronazione. Le fasi di preparazione per il fatidico incontro con il sovrano angioino durarono tra l’ottobre 1340 e i primi giorni del 1341 se il 16 febbraio Petrarca, accompagnato dal signore di Parma Azzo da Correggio, si mise in viaggio per Napoli col fine di ottenere l’approvazione del colto sovrano angioino. Giunto nella città partenopea a fine febbraio, fu esaminato per tre giorni da re Roberto che, dopo averne constatato la cultura e la preparazione poetica, acconsentì all’incoronazione a poeta in Campidoglio per mano del senatore Orso dell’Anguillara. Se conosciamo da un lato sia il contenuto del discorso di Petrarca (la Collatio laureationis), sia la certificazione dell’attestato di laurea da parte del senatore romano (il Privilegium lauree domini Francisci Petrarche, che gli conferiva anche l’autorità per insegnare e la cittadinanza romana), la data dell’incoronazione è incerta: tra quanto affermato da Petrarca e quanto poi testimoniato da Boccaccio, la cerimonia d’incoronazione avvenne in un arco temporale tra l’8 e il 17 di aprile. In seguito all’incoronazione incominciò a comporre l’Africa e il De viris illustribus. Gli anni 1341-1348 Gli anni successivi all’incoronazione poetica, quelli compresi tra il 1341 e il 1348, furono contrassegnati da un perenne stato d’inquietudine morale, dovuta sia a eventi traumatici della vita privata, sia all’inesorabile disgusto verso la corruzione avignonese. Subito dopo l’incoronazione poetica, mentre Petrarca sostava a Parma, seppe della prematura scomparsa dell’amico Giacomo Colonna (avvenuta nel settembre del 1341), notizia che lo turbò profondamente. Gli anni successivi non recarono conforto al poeta laureato: da un lato le morti prima di Dionigi (31 marzo 1342) e, poi, di re Roberto (19 gennaio 1343) ne accentuarono lo stato di sconforto; dall’altro, la scelta da parte del fratello Gherardo di abbandonare la vita mondana per diventare monaco nella Certosa di Montreaux, spinsero Petrarca a riflettere sulla caducità del mondo. Nell’autunno del 1342, mentre Petrarca soggiornava ad Avignone, conobbe il futuro tribuno Cola di Rienzo (giunto in Provenza quale ambasciatore del regime democratico instauratosi a Roma), col quale condivideva la necessità di ridare a Roma l’antico status di grandezza politica che, come capitale dell’antica Roma e sede del papato, le spettava di diritto. Nel 1346 Petrarca fu nominato canonico del Capitolo della cattedrale di Parma, mentre nel 1348 fu nominato arcidiacono. La caduta politica di Cola nel 1347, favorita specialmente dalla famiglia Colonna, sarà la spinta decisiva da parte di Petrarca per abbandonare i suoi antichi protettori: fu infatti in quell’anno che lasciò, ufficialmente, l’entourage del cardinale Giovanni. A fianco di queste esperienze private, il cammino dell’intellettuale Petrarca fu invece caratterizzato da una scoperta importantissima. Nel 1345, dopo essersi rifugiato a Verona in seguito all’assedio di Parma e la caduta in disgrazia dell’amico Azzo da Correggio (dicembre 1344), Petrarca scoprì nella biblioteca capitolare le epistole ciceroniane ad Brutum, ad Atticum e ad Quintum fratrem, finora sconosciute. L’importanza della scoperta consistette nel modello epistolografico che esse trasmettevano: i colloquia a distanza con gli amici, l’uso del tu al posto del voi proprio dell’epistolografia medievale ed, infine, lo stile fluido e ipotattico indussero l’Aretino a comporre anch’egli delle raccolte di lettere sul modello ciceroniano e senecano, determinando la nascita delle Familiares prima, e delle Seniles poi. A questo periodo di tempo risalgono anche i Rerum memorandarum libri (lasciati incompiuti) e l’avvio del De otio religioso e del De vita solitaria tra il 1346 e il 1347 e rimaneggiati, poi, negli anni successivi. Infine, sempre a Verona, Petrarca ebbe modo di conoscere Pietro Alighieri, figlio di Dante, con cui mantenne rapporti cordiali. La peste nera (1348-1349) Dopo essersi slegato dai Colonna, Petrarca cominciò a cercare nuovi patroni presso cui ottenere protezione. Pertanto, lasciata Avignone insieme al figlio Giovanni, giunse il 25 gennaio del 1348 a Verona, località dove si era rifugiato l’amico Azzo da Correggio dopo essere stato scacciato dai suoi domini, per poi giungere a Parma nel mese di marzo, dove strinse legami con il nuovo signore della città, il signore di Milano Luchino Visconti. Fu, però, in questo periodo che iniziò a diffondersi per l’Europa la terribile peste nera, morbo che causò la morte di molti amici del Petrarca: gli amici fiorentini Sennuccio del Bene, Bruno Casini e Franceschino degli Albizzi; il cardinale Giovanni Colonna e il padre di lui, Stefano il Vecchio; e quella dell’amata Laura, di cui seppe la notizia della scomparsa (avvenuta l’8 di aprile) soltanto il 19 maggio. Nonostante il dilagare del contagio e la prostrazione psicologica in cui cadde a causa della morte di molti suoi amici, Petrarca continuò le sue peregrinazioni, al fine di trovare sempre un protettore. Lo trovò in Jacopo II da Carrara, suo estimatore che riuscì a nominarlo canonico del duomo di Padova nel 1349. Il signore di Padova intese in tal modo trattenere in città il poeta il quale, oltre alla confortevole casa, in virtù del canonicato ottenne una rendita annua di 200 ducati d’oro, ma per alcuni anni Petrarca avrebbe utilizzato questa abitazione solo occasionalmente. Difatti, preso costantemente dal desiderio di viaggiare, si recò, nel 1349, a Mantova, a Ferrara e a Venezia, dove conobbe il doge Andrea Dandolo. L’incontro con Giovanni Boccaccio e gli amici fiorentini (1350) Poi, nel 1350, prese la decisione di recarsi a Roma per lucrare l’indulgenza dell’Anno giubilare. Durante il tragitto, accondiscendendo alle richieste dei suoi ammiratori fiorentini, decise di incontrarli lungo il tragitto verso Roma. L’incontro fu di importanza fondamentale non tanto per Petrarca, quanto per quello che diventerà il suo principale interlocutore durante gli ultimi vent’anni di vita, il novelliere Giovanni Boccaccio che, sotto la sua guida, incominciò una lenta e progressiva conversione verso la mentalità umanistica, collaborando spesso con il suo venerato praeceptor in progetti culturali di ampio respiro (quali la riscoperta del greco antico e la scoperta di nuovi codici). L’ultimo soggiorno in Provenza (1351-1353) Tra il 1350 e il 1351, Petrarca risiedette prevalentemente a Padova, presso Francesco I da Carrara. Qui, oltre a portare avanti i progetti letterari delle Familiares e le opere spirituali iniziate prima del 1348, ricevette anche la visita di Giovanni Boccaccio (marzo 1351) in veste di ambasciatore del Comune fiorentino perché accettasse un posto di docente presso il nuovo Studium fiorentino. Poco dopo, Petrarca fu spinto a rientrare ad Avignone in seguito all’incontro con i Cardinali Eli de Talleyrand e Guy de Boulogne, latori della volontà di papa Clemente VI che intendeva affidargli l’incarico di segretario apostolico. Nonostante l’allettante offerta del pontefice, l’antico disprezzo verso Avignone e gli scontri con gli ambienti della corte pontificia (i medici del pontefice e, dopo la morte di Clemente, l’antipatia del nuovo papa Innocenzo VI) indussero Petrarca a lasciare Avignone per Valchiusa, dove prese la decisione definitiva di stabilirsi in Italia. Il periodo italiano (1353-1374) A Milano: la figura dell’intellettuale umanista Petrarca iniziò il viaggio verso la patria italiana nell’aprile del 1353, accogliendo l’ospitale offerta di Giovanni Visconti, arcivescovo e signore della città, di risiedere a Milano. Malgrado le critiche degli amici fiorentini (tra le quali si ricorda quella risentita del Boccaccio), che gli rimproveravano la scelta di essersi messo al servizio dell’acerrimo nemico di Firenze, Petrarca collaborò con missioni e ambascerie (a Parigi e a Venezia; l’incontro con l’imperatore Carlo IV a Mantova e a Praga) all’intraprendente politica viscontea. Sulla scelta di risiedere a Milano piuttosto che nella natia Firenze, bisogna ricordare l’animo cosmopolita proprio del Petrarca. Cresciuto ramingo e lontano dalla sua patria, Petrarca non risente più dell’attaccamento medievale verso la propria patria d’origine, ma valuta gli inviti fattigli in base alle convenienze economiche e politiche. Meglio, infatti, avere la protezione un signore potente e ricco come Giovanni Visconti prima e, dopo la morte di lui nel 1354, del successore Galeazzo II, che si rallegrerebbero di avere a corte un intellettuale celebre come Petrarca. Nonostante tale scelta discutibile agli occhi degli amici fiorentini, i rapporti tra il praeceptor e i suoi discipuli si ricucirono: la ripresa del rapporto epistolare tra Petrarca e Boccaccio prima, e la visita di quest’ultimo a Milano nella casa di Petrarca situata nei pressi di Sant’Ambrogio poi (1359), sono le prove della concordia ristabilita. Nonostante le incombenze diplomatiche, nel capoluogo lombardo Petrarca maturò e portò a compimento quel processo di maturazione intellettuale e spirituale iniziato pochi anni prima, passando dalla ricerca erudita e filologica alla produzione di una letteratura filosofica fondata da un lato sull’insoddisfazione per la cultura contemporanea, dall’altra sulla necessità di una produzione che potesse guidare l’umanità verso i principi etico-morali filtrati attraverso il neoplatonismo agostiniano e lo stoicismo cristianeggiante. Con questa convinzione interiore, Petrarca portò avanti gli scritti iniziati nel periodo della peste: il Secretum e il De otio religioso; la composizione di opere volte a fissare presso i posteri l’immagine di un uomo virtuoso i cui principi sono praticati anche nella vita quotidiana (le raccolte delle Familiares e, dal 1361, l’avviamento delle Seniles) le raccolte poetiche latine (Epystolae Metricae) e quelle volgari (i Triumphi e i Rerum Vulgarium Fragmenta, alias il Canzoniere). Durante il soggiorno meneghino Petrarca iniziò soltanto una nuova opera, il dialogo intitolato De remediis utriusque fortune (sui rimedi della cattiva e della buona sorte), in cui si affrontano problematiche morali concernenti il denaro, la politica, le relazioni sociali e tutto ciò che è legato al quotidiano. Il soggiorno veneziano (1362-1367) Nel giugno del 1361, per sfuggire alla peste, Petrarca abbandonò Milano per Padova, città da cui nel 1362 fuggì per lo stesso motivo. Nonostante la fuga da Milano, i rapporti con Galeazzo II Visconti rimasero sempre molto buoni, tanto che trascorse l’estate del 1369 nel castello visconteo di Pavia in occasione di trattative diplomatiche. A Pavia seppellì il piccolo nipote di due anni, figlio della figlia Francesca, nella chiesa di San Zeno e per lui compose una bellissima epigrafe ancor oggi conservata nei Musei Civici. Nel 1362, quindi, Petrarca si recò a Venezia, città dove si trovava il caro amico Donato degli Albanzani e dove la Repubblica gli concesse in uso Palazzo Molin delle due Torri (sulla Riva degli Schiavoni) in cambio della promessa di donazione, alla morte, della sua biblioteca, che era allora certamente la più grande biblioteca privata d’Europa: si tratta della prima testimonianza di un progetto di “bibliotheca publica”. La casa veneziana fu molto amata dal poeta, che ne parla indirettamente nella Sen. IV, 4 quando descrive, al destinatario Pietro da Bologna, le sue abitudini quotidiane (la lettera è datata intorno al 1364/65). Vi risiedette stabilmente fino al 1368 (tranne alcuni periodi a Pavia e Padova) e vi ospitò Giovanni Boccaccio e Leonzio Pilato. Durante il soggiorno veneziano, trascorso in compagnia degli amici più intimi, della figlia naturale Francesca (sposatasi nel 1361 con il milanese Francescuolo da Brossano), Petrarca decise di affidare al copista Giovanni Malpaghini la trascrizione in bella copia delle Familiares e del Canzoniere. La tranquillità di quegli anni fu turbata, nel 1367, dall’attacco maldestro e violento mosso alla cultura, all’opera e alla figura sua da quattro filosofi averroisti che lo accusarono di ignoranza. L’episodio fu l’occasione per la stesura del trattato De sui ipsius et multorum ignorantia, in cui Petrarca difende la propria “ignoranza” in campo aristotelico a favore della filosofia neoplatonica-cristiana, più incentrata sui problemi della natura umana rispetto alla prima, intesa a indagare la natura sulla base dei dogmi del filosofo di Stagira. Amareggiato per l’indifferenza dei veneziani davanti alle accuse rivoltegli, Petrarca decise di abbandonare la città lagunare e annullare così la donazione della sua biblioteca alla Serenissima. L’epilogo padovano e la morte (1367-1374) Petrarca, dopo alcuni brevi viaggi, accolse l’invito dell’amico ed estimatore Francesco I da Carrara di stabilirsi a Padova nella primavera del 1368. È ancora visibile, in Via Dietro Duomo 26/28 a Padova, la casa canonicale di Francesco Petrarca, che fu assegnata al poeta in seguito al conferimento del canonicato. Il signore di Padova donò poi, nel 1369, una casa situata nella località di Arquà, un tranquillo paese sui colli Euganei, dove poter vivere. Lo stato della casa, però, era abbastanza dissestato e ci vollero alcuni mesi prima che potesse avvenire il definitivo trasferimento nella nuova dimora, avvenuta nel marzo del 1370. La vita dell’anziano Petrarca, che fu raggiunto dalla famiglia della figlia Francesca nel 1371, si alternò prevalentemente tra il soggiorno nella sua amata casa di Arquà e quella vicina al Duomo di Padova, allietato spesso dalle visite dei suoi vecchi amici ed estimatori, oltre a quelli nuovi conosciuti nella città veneta, tra cui si ricorda Lombardo della Seta, che dal 1367 aveva sostituito Giovanni Malpaghini quale copista e segretario del poeta laureato. In quegli anni Petrarca si mosse dal padovano soltanto una volta quando, nell’ottobre del 1373, fu a Venezia quale paciere per il trattato di pace tra i veneziani e Francesco da Carrara: per il resto del tempo si dedicò alla revisione delle sue opere e, in special modo, del Canzoniere, attività che portò avanti fino agli ultimi giorni di vita. Colpito da una sincope, morì ad Arquà nella notte fra il 18 e il 19 luglio del 1374, esattamente alla vigilia del suo settantesimo compleanno e, secondo la leggenda, mentre esaminava un testo di Virgilio, come auspicato in una lettera al Boccaccio. Il frate dell’Ordine degli Eremitani di sant’Agostino Bonaventura Badoer Peraga fu scelto per tenere l’orazione funebre in occasione dei funerali, che si svolsero il 24 luglio nella chiesa di Santa Maria Assunta alla presenza di Francesco da Carrara e di molte altre personalità laiche ed ecclesiastiche. La tomba e le spoglie Il sepolcro Per volontà testamentaria le spoglie di Petrarca furono sepolte nella chiesa parrocchiale del paese, per poi essere collocate dal genero, nel 1380, in un’arca marmorea accanto alla chiesa. Le vicende dei resti del Petrarca, come quelli di Dante, non furono tranquille. Come racconta Giovanni Canestrini in un suo volume scritto in occasione del 500º anniversario della morte del Petrarca I resti trafugati non furono mai recuperati. Nel 1843 la tomba, che versava in stato pessimo, venne sottoposta a restauro del quale venne incaricato lo storico patavino Pier Carlo Leoni, impietosito dallo stato pessimo in cui il sepolcro versava. Il Leoni, però, a seguito di complicazioni burocratiche e di conflitti di competenza e questioni anche politiche, fu addirittura processato con l’accusa di “violata sepoltura”. Il dilemma dei resti Il 5 aprile 2004 vennero resi noti i risultati dell’analisi dei resti conservati nella tomba del poeta ad Arquà Petrarca: il teschio presente, peraltro ridotto in frammenti, una volta ricostruito, è stato riconosciuto come femminile e quindi non pertinente. Un frammento di pochi grammi del cranio, inviato a Tucson in Arizona ed esaminato con il metodo del radiocarbonio, ha inoltre consentito di accertare che il cranio femminile ritrovato nel sepolcro risale al 1207 circa. A chi sia appartenuto e perché si trovasse nella tomba del Petrarca è ancora un mistero, come un mistero è dove sia finito il vero cranio del poeta. Lo scheletro è stato invece riconosciuto come autentico: esso riporta alcune costole fratturate; Petrarca fu infatti ferito da una cavalla con un calcio al costato. Pensiero e poetica Il messaggio petrarchesco Il concetto di humanitas Petrarca, fin dalla giovinezza, manifestò sempre un’insofferenza innata nei confronti della cultura a lui coeva. Come già ricordato nella sezione biografica, la sua passione per l’agostinismo da un lato, e per i classici latini “liberati” dalle interpretazioni allegoriche medievali dall’altro, pongono Petrarca come l’iniziatore dell’umanesimo che, nel corso del XV secolo, si svilupperà prima in Italia, e poi nel resto d’Europa. Nel De remediis utriusque fortune, ciò che interessa maggiormente a Petrarca è l’humanitas, cioè l’insieme delle qualità che danno fondamento ai valori più umani della vita, con un’ansia di meditazione e di ricerca tra erudita ed esistenziale intesa ad indagare l’anima in tutte le sue sfaccettature. Di conseguenza, Petrarca pone al centro della sua riflessione intellettuale l’essere umano, spostando l’attenzione dall’assoluto teocentrismo (tipico della cultura medievale) all’antropocentrismo moderno. Petrarca e i classici Fondamentale, nel pensiero petrarchesco, è la riscoperta dei classici. Già conosciuti nel Medioevo, erano stati oggetto però di una rivisitazione in chiave cristiana, che non teneva quindi conto del contesto storico-culturale in cui le opere erano state scritte. Per esempio, la figura di Virgilio fu vista come quella di un mago/profeta, capace di adombrare, nell’Ecloga IV delle Bucoliche, la nascita di Cristo, anziché quella di Asinio Gallo, figlio del politico romano Asinio Pollione: un’ottica che Dante accolse pienamente nel Virgilio della Commedia. Petrarca, rispetto ai suoi contemporanei, rifiuta il travisamento dei classici operato fino a quel momento, ridando loro quella patina di storicità e di inquadramento culturale necessaria per stabilire con essi un colloquio costante, come fece nel libro XXIV delle Familiares: Oltre alle epistole, all’Africa e al De viris illustribus, Petrarca operò tale riscoperta attraverso il metodo filologico da lui ideato tra il 1325 e il 1337 e la ricostruzione dell’opera liviana e la composizione del Virgilio ambrosiano. Altro aspetto da cui traspare questo innovativo approccio alle fonti e alle testimonianze storico-letterarie si avverte, anche, nell’ambito della numismatica, della quale Petrarca è ritenuto il precursore. = La ricostruzione delle Decadi liviane = Per quanto riguarda la prima opera, Petrarca decise di riunire le varie decadi (cioè i libri di cui l’opera è composta) allora conosciute (I, III e IV decade) in un unico codice, l’attuale codice Harleiano 2193, conservato ora al British Museum di Londra. Il giovane Petrarca si dedicò a quest’opera di collazione per cinque anni, dal 1325 al 1330, grazie ad un lavoro di ricerca e di enorme pazienza. Nel 1326, Petrarca prese la terza decade (tramandata da un manoscritto risalente al XIII secolo), correggendola e integrandola ora con un manoscritto veronese del X secolo vergato dal dotto vescovo Raterio, ora con una lezione conservata nella Biblioteca Capitolare della Cattedrale di Chartres, il Parigino Latino 5690 acquistato dal vecchio canonico Landolfo Colonna, contenente anche la quarta decade. Quest’ultima fu poi corretta su di un codice risalente al secolo precedente e appartenuto al preumanista padovano Lovato Lovati (1240-1309). Infine, dopo aver raccolto anche la prima decade, Petrarca poté procedere a riunire gli sparsi lavori di recupero nel 1330. = Il Virgilio Ambrosiano = L’impresa riguardante la costruzione del Virgilio ambrosiano è invece molto più complessa. Iniziato già quand’era in vita il padre Petracco, il lavoro di collazione portò alla nascita di un codice composto di 300 fogli manoscritti che conteneva l’omnia virgiliana (Bucoliche, Georgiche ed Eneide commentati dal grammatico Servio del VI secolo), al quale furono aggiunte quattro Odi di Orazio e l’Achilleide di Stazio. Le vicende di tale manoscritto sono assai travagliate. Sottrattogli nel 1326 dagli esecutori testamentari del padre, il Virgilio ambrosiano verrà recuperato solo nel 1338, data in cui Petrarca commissionò al celebre pittore Simone Martini una serie di miniature che lo abbellirono esteticamente. Alla morte del Petrarca il manoscritto finì nella biblioteca dei Carraresi a Padova, tuttavia, nel 1388, Gian Galeazzo Visconti conquistò Padova ed il codice fu inviato, insieme ad altri manoscritti del Petrarca, a Pavia, nella Biblioteca Visconteo-Sforzesca situata nel castello di Pavia. Nel 1471 Galeazzo Maria Sforza ordinò al castellano di Pavia di prestare, per 20 giorni, il manoscritto allo zio Alessandro signore di Pesaro, poi il Virgilio Ambrosiano tornò a Pavia. Nel 1499, Luigi XII conquistò il Ducato di Milano e la biblioteca Visconteo-Sforzesca venne trasferita in Francia, dove ancora si conservano, nella Bibliothèque nationale de France, circa 400 manoscritti provenienti da Pavia. Tuttavia il Virgilio Ambrosiano fu sottratto al saccheggio francese da un certo Antonio di Pirro. Sappiamo che a fine Cinquecento si trovava a Roma, ed era di proprietà del cardinal Agostino Cusani, fu poi acquistato da Federico Borromeo per l’Ambrosiana. L’umanesimo cristiano = La religiosità petrarchesca = Il messaggio petrarchesco, nonostante la sua presa di posizione a favore della natura umana, non si dislega dalla dimensione religiosa: difatti, il legame con l’agostinismo e la tensione verso una sempre più ricercata perfezione morale sono chiavi costanti all’interno della sua produzione letteraria e filosofica. Rispetto, però, alla tradizione medievale, la religiosità petrarchesca è caratterizzata da tre nuove accezioni prima mai manifestate: la prima, il rapporto intimo tra l’anima e Dio, un rapporto basato sull’autocoscienza personale alla luce della verità divina; la seconda, la rivalutazione della tradizione morale e filosofica classica, vista in un rapporto di continuità con il cristianesimo e non più in chiave di contrasto o di mera subordinazione; infine, il rapporto “esclusivo” tra Petrarca e Dio, che rifiuta la concezione collettiva propria della Commedia dantesca. = Comunanza tra valori classici e cristiani = La lezione morale degli antichi è universale e valida per ogni epoca: l’humanitas di Cicerone non è diversa da quella di Agostino, in quanto esprimono gli stessi valori, quali l’onestà, il rispetto, la fedeltà nell’amicizia e il culto della conoscenza. Sul legame spirituale tra gli antichi e i cristiani è significativo il celebre passo della morte di Magone, fratello di Annibale che, nell’Africa VI, vv. 889-913, ormai morente, pronuncia un discorso sulla vanità delle cose umane e sul valore liberatorio della morte dalle fatiche terrene che in nessun modo si discosta dal pensiero cristiano, anche se tale discorso fu criticato da molti ambienti che ritenevano una scelta infelice porre in bocca ad un pagano un pensiero così cristiano. Ecco un passo del lamento di Magone: = L’agostinismo del Secretum e dell’Ascesa al Monte Ventoso = Infine, per il suo carattere fortemente personale, l’umanesimo cristiano petrarchesco trova nel pensiero di sant’Agostino il proprio modello etico-spirituale, contrario al sistema filosofico tolemaico-aristotelico allora imperante nella cultura teologica, visto come alieno dalla cura dell’anima umana. A tal proposito, il filosofo Giovanni Reale delinea lucidamente la posizione di Petrarca verso la cultura contemporanea: L’importanza che Agostino ebbe per l’uomo Petrarca è evidente in due celebri testi letterari del Nostro: il Secretum da un lato, in cui il vescovo d’Ippona interloquisce con Petrarca spingendolo ad un’acuta quanto forte analisi interiore dei propri peccati; dall’altro, il celebre episodio dell’ascesa al Monte Ventoso, narrato nella Familiare IV, 1, inviata (seppur in modo fittizio) a Dionigi da Borgo San Sepolcro. La figura dell’intellettuale = Legame tra oratio e vita = La forte vena morale che percorre tutte le opere petrarchesche, sia latine che volgari, tende a trasmettere un messaggio di perfezione morale: il Secretum, il De remediis, le raccolte epistolari e lo stesso Canzoniere sono impregnati di questa tensione etica volta a risanare le deviazioni dell’anima attraverso la via della virtù. Tale applicazione etica negli scritti (l’oratio), però, deve corrispondere alla vita quotidiana (la vita, appunto) se l’umanista vuole trasmettere un’etica credibile ai destinatari. Prova di questo binomio essenziale è, per esempio, la Familiare XXIV, 3 indirizzata a Marco Tullio Cicerone. In essa il poeta esprime, in un tono di amarezza e di rabbia al contempo, la scelta dell’oratore romano di essersi allontanato dall’otium letterario di Tuscolo per addentrarsi nuovamente nell’agone politico dopo la morte di Cesare e schierarsi a fianco del giovane Ottaviano contro Marco Antonio, tradendo così i principi etici esposti nei suoi trattati filosofici: L’impegno “civile” del letterato La declinazione dell’impegno morale nella vita attiva delinea una vocazione “civile” del letterato. Tale attributo, prima ancora di intendersi come impegno nella vita politica del tempo, dev’essere compreso nella sua declinazione prettamente sociale, quale impegno del letterato nell’aiutare gli uomini contemporanei a migliorarsi costantemente attraverso il dialogo e il senso di carità nei confronti del prossimo. Oltre ai trattati morali, scritti per questo fine, si deve però anche registrare che cosa significasse per Petrarca, nella sua stessa vita, l’impegno civile. Il servizio presso i potenti di turno (i Colonna, i Da Correggio, i Visconti e poi i Da Carrara) spinse gli amici di Petrarca ad avvertirlo della minaccia che tali regnanti avrebbero potuto costituire per la sua indipendenza intellettuale; egli, però, nella famosa Epistola posteritati (Epistola ai Posteri), ribadì la sua proclamata indipendenza dagli intrighi di corte:Nonostante l’intento autocelebrativo proprio dell’Epistola, Petrarca rimarca il fatto che i potenti vollero averlo di fianco a sé per questioni di prestigio, facendo sì che il poeta finisse «per non identificarsi mai fino in fondo con le loro prese di posizioni». Il legame con le corti signorili, scelte per motivazioni economiche e di protezione, gettò pertanto le basi per la figura dell’intellettuale cortigiano, modello per gli uomini di cultura nei secoli successivi. Se Dante, costretto a vagare per le corti dell’Italia centro-settentrionale, soffrì sempre per la lontananza da Firenze, Petrarca fondò, con la sua scelta di vita, il modello dell’intellettuale cosmopolita, segnando così il tramonto dell’ideologia comunale che era stata fondamento della sensibilità dantesca prima, e che in parte fu propria del contemporaneo Boccaccio. L’otium letterario Altra caratteristica propria dell’intellettuale petrarchesco è l’otium, vale a dire il riposo. Parola latina indicante, in generale, il riposo dei patrizi romani dalle attività proprie del negotium, Petrarca la riprende rivestendola però di un significato diverso: non più riposo assoluto, ma attività intellettuale nella tranquillità di un rifugio appartato, solitario ove potersi concentrare e portare, poi, agli uomini il messaggio morale nato da questo ritiro. Questo ritiro, come è esposto nei trattati ascetici del De vita solitaria e del De otio religioso, è vicino, per sensibilità del Petrarca, ai ritiri ascetico-spirituali dei Padri della Chiesa, dimostrando quindi come l’attività letteraria sia, nel contempo, fortemente intrisa di carica religiosa. La lingua in Petrarca Il latino e il volgare Petrarca, con l’eccezione di due sole opere poetiche, i Triumphi e il Canzoniere, scrisse esclusivamente in latino, la lingua di quegli antichi romani di cui voleva riproporre la virtus nel mondo a lui contemporaneo. Egli credeva di raggiungere il successo con le opere in latino, ma di fatto la sua fama è legata alle opere in volgare. Al contrario di Dante, che aveva voluto affidare la sua memoria ai posteri con la Commedia, Petrarca decise di eternare il suo nome riallacciandosi ai grandi dell’antichità: Petrarca preferì usare il volgare nei momenti di pausa dall’elaborazione delle grandi opere latine. Difatti, come più volte definì le liriche che confluiranno nel Canzoniere, esse valgono quali nugae, cioè quale «elegante divertimento dello scrittore, a cui dedicò senza dubbio molte cure, ma a cui non avrebbe mai pensato di affidare quasi per intero la propria immortalità letteraria». Il volgare petrarchesco, al contrario di quello dantesco, è caratterizzato però da un’accurata selezione di termini, cui il poeta continuò a lavorare, limando le sue poesie (da qui la limatio petrarchesca) per la definizione di una poesia «aristocratica», elemento che spingerà il critico letterario Gianfranco Contini a parlare di monolinguismo petrarchesco, in contrapposizione al pluristilismo dantesco. Dante e Petrarca Dalle considerazioni fatte, emerge chiaramente la profonda differenza esistente tra Petrarca e Dante: se il primo è un uomo che supera il teocentrismo medievale incentrato sulla Scolastica in nome del recupero agostiniano e dei classici “depurati” dall’interpretazione allegorica cristiana indebitamente appostavi dai commentatori medievali, Dante mostra invece di essere un uomo totalmente medievale. Oltre alle considerazioni filosofiche, i due uomini sono antitetici anche per la scelta linguistica cui legare la propria fama, per la concezione dell’amore, per l’attaccamento alla patria. Illuminante sul sentimento che Petrarca nutrì per l’Alighieri è la Fam. XXI, 15, scritta in risposta all’amico Boccaccio, incredulo delle dicerie secondo cui Petrarca odiasse Dante. In tale lettera, Petrarca afferma che non può odiare qualcuno che egli conobbe appena e che affrontò con onore e sopportazione l’esilio, ma prende le distanze dall’ideologia dantesca, esprimendo il timore di essere “influenzato” da un così grande esempio poetico se avesse deciso di scrivere liriche in volgare, liriche che sono facilmente sottoposte allo storpiamento da parte del volgo. Opere Opere latine in versi L’Africa Scritto fra il 1339 e il 1342 e in seguito corretto e ritoccato, Africa è un poema epico che tratta della seconda guerra punica e in particolare delle gesta di Scipione. Rimasto incompiuto, è formato da nove libri, mentre avrebbe dovuto essere composto di 12 libri, secondo il modello dell’Eneide virgiliana. Il Bucolicum carmen Composto fra il 1346 e il 1358 e costituito da dodici egloghe, gli argomenti spaziano fra amore, politica e morale. Anche in questo caso, l’ascendenza virgiliana è evidente dal titolo, che richiama fortemente lo stile e gli argomenti delle Bucoliche. Attualmente, la lezione del Bucolicum petrarchesco è riportata dal codice Vaticano lat. 3358. Le Epistolae metricae * Scritte fra il 1333 e il 1361 e dedicate all’amico Barbato da Sulmona, sono 66 lettere in esametri, di cui alcune trattano d’amore, mentre per la maggior parte si occupano di politica, morale o di materie letterarie. I Psalmi penitentiales Scritti nel 1347, Petrarca ne accenna nella Sen. X, 1 a Sagremor de Pommiers. Sono una raccolta di sette preghiere basate sul modello stilistico-linguistico dei salmi davidici della Bibbia, in cui Petrarca chiede perdono per i suoi peccati e aspira al perdono della Misericordia divina. Opere latine in prosa Il De viris illustribus Il De viris illustribus è una raccolta di 36 biografie di uomini illustri in prosa latina, redatta a partire dal 1338 e dedicata a Francesco I da Carrara signore di Padova nel 1358. Nell’intenzione originale dell’autore l’opera doveva trattare la vita di personaggi della storia di Roma da Romolo a Tito, ma arrivò solo fino a Nerone. In seguito Petrarca aggiunse personaggi di tutti i tempi, cominciando da Adamo e arrivando a Ercole. L’opera rimase incompiuta e fu continuata dall’amico e discepolo padovano di Petrarca, Lombardo della Seta, fino alla vita di Traiano. I Rerum memorandarum libri I Rerum memorandarum libri (Libri delle gesta memorabili) sono una raccolta di esempi storici e aneddoti a scopo d’educazione morale in prosa latina, basati sui Factorum et dictorum memorabilium libri dello scrittore latino Valerio Massimo. Iniziati verso il 1343 in Provenza, furono continuati fino al 1345, allorché Petrarca scoprì le orazioni ciceroniane a Verona, e ne fu indotto al progetto delle Familiares. Difatti, furono lasciati incompiuti dall’autore, che ne scrisse soltanto i primi 4 libri e alcuni frammenti del quinto libro. Il Secretum Il Secretum o De secreto conflictu curarum mearum è una delle opere più celebri di Petrarca e fu composta tra il 1347 e il 1353, anche se in seguito fu riveduta. Articolato come un dialogo immaginario in tre libri tra il poeta stesso (che si fa chiamare semplicemente Francesco) e sant’Agostino, alla presenza di una donna muta che simboleggia la Verità, il Secretum consiste in una sorta di esame di coscienza personale nel quale si affrontano temi intimi del poeta, da cui il titolo dell’opera. Come emerge però nel corso della trattazione, Francesco non si mostra mai del tutto contrito dei suoi peccati (l’accidia e l’amore carnale per Laura): al termine dell’esame egli non risulterà guarito o pentito, dando così forma a quell’irrequietezza d’animo che contraddistinse la vita del Petrarca. Il De vita solitaria Il De vita Solitaria ("La vita solitaria") è un trattato di carattere religioso e morale. Fu elaborato nel 1346, ma venne successivamente ampliato nel 1353 e nel 1366. L’autore vi esalta la solitudine, tema caro anche all’ascetismo medioevale, ma il punto di vista con cui la osserva non è strettamente religioso: al rigore della vita monastica Petrarca contrappone l’isolamento operoso dell’intellettuale, dedito alle letture e alla scrittura in luoghi appartati e sereni, in compagnia di amici e di altri intellettuali. L’isolamento dello studioso in una cornice naturale che favorisce la concentrazione è l’unica forma di solitudine e di distacco dal mondo che Petrarca riuscì a conseguire, non considerandola in contrasto con i valori spirituali cristiani, in quanto riteneva che la saggezza contenuta nei libri, soprattutto nei testi classici, fosse in perfetta sintonia con quelli. Da questa sua posizione è derivata l’espressione di “umanesimo cristiano” di Petrarca. Il De otio religioso Redatto all’incirca tra il 1347 e il 1356/57, il De otio religioso è un’esaltazione della vita monastica, dedicata al fratello Gherardo. Simile al De vita solitaria, esalta però soprattutto la solitudine legata alle regole degli ordini religiosi, definita come la migliore condizione di vita possibile. Il De remediis utriusque fortunae Il De remediis è una raccolta di brevi dialoghi scritti in prosa latina, redatta all’incirca tra il 1356 e il 1366, anno in cui fu diffusa. Basata sul modello del De remediis fortuitorum, trattato pseudo-senechiano composto nel Medioevo, l’opera è composta da 254 scambi di battute tra entità allegoriche: prima il “Gaudio” e la “Ragione”, poi il “Dolore” e la “Ragione”. Simile ai precedenti Rerum memorandarum libri, questi dialoghi hanno scopi educativi e moralistici, proponendosi di rafforzare l’individuo contro i colpi della fortuna sia buona che avversa. Il De remediis riporta anche una delle più esplicite condanne della cultura trecentensca da parte del Petrarca, vista come sciocca e superflua: Invectivarum contra medicum quendam libri IV L’occasione per la scrittura di questa serie di accuse nei confronti dei medici fu la malattia che colpì papa Clemente VI nel 1352. Nella Fam. V, 19, Petrarca consigliava al pontefice di non fidarsi dei suoi archiatri, accusati di essere dei ciarlatani dalle idee contrastanti fra di loro. Davanti alle forti rimostranze dei medici pontifici nei confronti di Petrarca, questi scrisse quattro libri di accuse, una copia dei quali fu inviata poi al Boccaccio nel 1357. De sui ipsius et multorum ignorantia L’opera, come ricordato prima nella sezione biografica relativa al periodo veneziano, fu scritta in seguito alle accuse di ignoranza che quattro giovani aristotelici rivolsero a Petrarca, in quanto alieno dalla terminologia e dalle questioni delle scienze naturali. In quest’apologia del pensiero umanistico, Petrarca rispose come lui fosse interessato alle scienze che interessassero il benessere dell’anima umana, e non alle discussioni tecniche e dogmatiche proprie del nominalismo della tarda scolastica. Invectiva contra cuiusdam anonimi Galli calumnia Opera di carattere politico scritta nel 1373, l’invettiva era rivolta ad un monaco e teologo francese, Jean de Hesdin, sostenitore della necessità che la sede del Papato rimanesse ad Avignone. Per tutta risposta Petrarca sostenne la necessità che il papa ritornasse a Roma, sua sede diocesana e simbolo dell’antica gloria romana. Raccolte epistolari Di estrema importanza sono le epistole latine. Raccolte “d’autore” delle lettere inviate da Petrarca, disposte in ordine cronologico, le epistole contribuiscono a costruire l’immagine autobiografica che il poeta stesso ha voluto offrire di sé ai posteri e quindi la sua eternizzazione. Basate sul modello ciceroniano-senecano ricavato dalla scoperta delle Epistulae ad Atticum a Verona del 1345, le epistole (che si dividono, a parte la Epistola posteritati che è rimasta intenzionalmente esclusa dalle raccolte epistolari, nei gruppi delle Familiares, delle Seniles, delle Sine nomine e delle Variae) spaziano dagli anni bolognesi fino alla fine della vita del Petrarca. Delle lettere petrarchesche, indirizzate a vari personaggi suoi contemporanei (a Ludwig van Kempen, sotto lo pseudonimo di Socrate, è dedicata la raccolta delle Familiares; a Francesco Nelli, sotto lo pseudonimo di Simonide, sono dedicate le Seniles, iniziate dopo la morte di Ludwig van Kempen nel 1361) e, nel caso del XXIV libro delle Familiares, le lettere sono rivolte a vari personaggi dell’antichità. Delle Familiares, è celebre in particolar modo la Familiare IV, 1 incentrata sull’ascesa del Monte Ventoso. Opere in volgare Il Canzoniere Il Canzoniere, il cui titolo originale è Francisci Petrarchae laureati poetae Rerum vulgarium fragmenta, è la storia poetica della vita interiore del Petrarca vicina, per introspezione e tematiche, al Secretum. La raccolta comprende 366 componimenti (365 più uno introduttivo: “Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono”): 317 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine, 7 ballate e 4 madrigali, divisi tra rime in vita e rime in morte di Madonna Laura, celebrata quale donna superiore, senza però raggiungere il livello della donna angelo della Beatrice dantesca. Difatti, Laura invecchia, subisce il corso del tempo, e non è portatrice di alcun attributo divino nel senso teologico stilnovista-dantesco. Anzi, la storia del Canzoniere, più che la celebrazione di un amore, è il percorso di una progressiva conversione dell’anima: si passa, infatti, dal giovanil errore (l’amore terreno per Laura) ricordato nel sonetto introduttivo Voi ch’ascoltate in rime sparse, alla canzone Vergine bella, che di sol vestita in cui Petrarca affida la sua anima alla protezione di Maria perché trovi finalmente pietà e riposo. L’opera, che richiese a Petrarca quasi quarant’anni di continue rivisitazioni stilistiche (da qui la cosiddetta limatio petrarchesca), prima di trovare la forma definitiva subì, secondo gli studi compiuti da Wilkins, ben nove fasi di redazioni, di cui la prima risale al 1336-38, e l’ultima al 1373-74, che è quella contenuta nel codice Vaticano Latino 3195. I Trionfi I Trionfi (riportato nella veste latina di Triumphi) petrarcheschi sono un poemetto allegorico in terzine, realizzato durante il periodo milanese e mai portato a termine. Ambientato in una dimensione onirica e irreale (vicinissimo, per scelta metrica e tematica, è il legame con la Commedia), Petrarca viene visitato da Amore che gli mostra tutti gli uomini illustri che hanno soggiaciuto alle passioni del cuore. Annoverato tra questi ultimi, Petrarca verrà poi liberato da Laura che, simboleggiante la Pudicizia, cadrà poi per mano della Morte. Petrarca, sbigottito, scoprirà dalla stessa Laura apparsagli in sogno che si trova nella beatitudine celeste, e che lui stesso potrà contemplarla nella gloria divina, soltanto dopo che la morte lo avrà liberato dal mondo caduco in cui si ritrova. Fortuna e critica letteraria L’età dell’umanesimo Già quand’era in vita Petrarca fu riconosciuto immediatamente quale maestro e guida per tutti coloro che volevano intraprendere lo studio delle discipline umanistiche. Grazie ai suoi numerosi viaggi in tutta Italia, gettò il seme del suo messaggio presso i principali centri della Penisola, in particolar modo a Firenze. Qui, oltre ad aver conquistato alla causa dell’umanesimo Giovanni Boccaccio (autore, tra l’altro, di un De vita et moribus domini Francisci Petracchi de Florentia), Petrarca trasmise la sua passione a Coluccio Salutati, dal 1375 cancelliere della Repubblica di Firenze e vero trait d’union tra la generazione petrarchesco-boccacciana e quella attiva nella prima metà del XV secolo. Coluccio, infatti, fu il maestro di due dei principali umanisti del '400: Poggio Bracciolini, il più grande scopritore di codici latini del secolo ed esportatore dell’umanesimo a Roma; e Leonardo Bruni, il più notevole rappresentante dell’umanesimo civile insieme al maestro Salutati. Fu il Bruni a consolidare la fama di Petrarca, allorché nel 1436 redasse una Vita di Petrarca, seguita da quelle di Filippo Villani, Giannozzo Manetti, Sicco Polenton e Pier Paolo Vergerio. Oltre a Firenze, i soggiorni del poeta in Lombardia e a Venezia favorirono la nascita di movimenti culturali locali destinati a declinare i princìpi umanistici a seconda delle esigenze della classe politica locale: a Milano, dove operarono letterati del calibro di Pier Candido Decembrio e di Francesco Filelfo, nacque un umanesimo cortigiano destinato a diventare il prototipo per tutte le corti principesche italiane; a Venezia si diffuse, invece, un umanesimo educativo destinato a formare la nuova classe dirigente della Serenissima, grazie all’attività di Leonardo Giustinian e di Francesco Barbaro prima, e di Ermolao il Vecchio e dell’omonimo detto il Giovane poi. Pietro Bembo e il petrarchismo Se nel '400 Petrarca era visto soprattutto come capostipite della rinascita delle lettere antiche, grazie al letterato e cardinale veneziano Pietro Bembo divenne anche il modello del cosiddetto classicismo volgare, definendo una tendenza che si stava progressivamente già delineando nella lirica italiana. Difatti Bembo, nel dialogo Prose della volgar lingua del 1525, sostenne la necessità di prendere come modelli stilistici e linguistici Petrarca per la lirica, Boccaccio invece per la prosa, scartando Dante per il suo plurilinguismo che lo rendeva difficilmente accessibile: La proposta bembiana risultò, nelle diatribe relative alla questione della lingua, quella vincente. Già negli anni immediatamente successivi alla pubblicazione delle Prose, si diffuse presso i circoli poetici italiani una passione per le tematiche e lo stile della poesia petrarchesca (stimolata anche dal commento al Canzoniere di Alessandro Vellutello del 1525), chiamata poi petrarchismo, favorita anche dalla diffusione dei petrarchini, cioè edizioni tascabili del Canzoniere. Dal Seicento ai giorni nostri A fianco del petrarchismo, però, si sviluppò anche un movimento avverso alla canonizzazione poetica operata dal Bembo: prima nel corso del Cinquecento, allorché letterati come Francesco Berni e Pietro Aretino svilupparono polemicamente il fenomeno dell’antipetrarchismo; poi, nel corso del Seicento, la temperie barocca, ostile all’idea di classicismo in nome della libertà formale, declassò il valore dell’opera petrarchesca. Riabilitato parzialmente nel corso del Settecento da Ludovico Antonio Muratori, Petrarca ritornò pienamente in auge in seno alla temperie romantica, quando Ugo Foscolo prima e Francesco De Sanctis poi, nelle loro lezioni universitarie di letteratura tenute dal primo a Pavia, e dal secondo a Napoli e a Zurigo, furono in grado di operare un’analisi complessiva della produzione petrarchesca e ritrovarne l’originalità. Dopo gli studi compiuti da Giosuè Carducci e dagli altri membri della Scuola storica compiuti tra fine '800 e inizi '900, il secolo scorso vide, per l’area italiana, Gianfranco Contini e Giuseppe Billanovich tra i maggiori studiosi del Petrarca. Petrarca e la scienza diplomatica Benché la diplomatica, ovvero la scienza che studia i documenti prodotti da una cancelleria o da un notaio e le loro caratteristiche estriinseche ed intrinseche, sia nata consapevolmente con Jean Mabillon nel 1681, nella storia di tale disciplina sono stati individuati dei precursori che, inconsapevolmente, nella loro attività filologica, hanno analizzato e dichiarato l’autenticità o meno anche di documenti oggetto di studio da parte della diplomatica. Tra questi, infatti, vi furono molti umanisti e anche il loro precursore e fondatore, Francesco Petrarca. Ne 1361, infatti, l’imperatore Carlo IV chiese al celebre filologo di analizzare dei documenti imperiali in possesso di suo genero, Rodolfo IV d’Asburgo, che sarebbero stati stilati da Giulio Cesare e da Nerone a favore dell’Austria che dichiaravano tali terre indipendenti dall’Impero. Petrarca rispose con la Seniles XVI, 6 in cui, evidenziando lo stile, gli errori storici e geografici e il tono (il tenore) della lettera (tra cui la mancanza della data topica e della data cronologica propria dei diplomi), negò la validità di questo diploma. Riferimenti Wikipedia – https://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Petrarca

Eugenio Montale

Eugenio Montale (Genova, 12 ottobre 1896 – Milano, 12 settembre 1981) è stato un poeta e scrittore italiano, premio Nobel per la letteratura nel 1975. Biografia Anni giovanili Eugenio Montale nacque a Genova, in un palazzo dell’attuale corso Dogali, nella zona soprastante Principe, il 12 ottobre 1896, ultimo dei cinque figli di Domenico Montale e Giuseppina Ricci, esponenti della media borghesia genovese. Il padre era comproprietario di una ditta di prodotti chimici, la società G. G. Montale & C., tra l’altro fornitrice di Veneziani S.p.A., azienda presso cui era impiegato Italo Svevo. Crescita Inizia gli studi all’istituto “Vittorino Da Feltre” di Via Maragliano gestito dai Barnabiti (rettore è padre Rodolfo Trabattoni, vice rettore padre Giovanni Semeria). Il 21 maggio riceve la cresima. Sebbene per lui vengano preferiti, a causa della sua salute precaria, i più brevi studi tecnici in luogo di quelli classici e venga dunque iscritto nel 1915 all’istituto tecnico commerciale “Vittorio Emanuele”, dove si diplomerà in ragioneria, il giovane Montale ha la possibilità di coltivare i propri interessi prevalentemente letterari, frequentando le biblioteche cittadine e assistendo alle lezioni private di filosofia della sorella Marianna, iscritta a Lettere e Filosofia. La sua formazione è dunque quella tipica dell’autodidatta, che scopre interessi e vocazione attraverso un percorso libero da condizionamenti. Letteratura (Dante, Petrarca, Boccaccio e D’Annunzio su tutti, autori che lo stesso Montale affermerà di avere “attraversato”) e lingue straniere sono il terreno in cui getta le prime radici, la sua formazione e il suo immaginario, assieme al panorama, ancora intatto, della Riviera ligure di Levante: Monterosso al Mare e le Cinque Terre, dove la famiglia trascorre le vacanze. «Scabri ed essenziali», come egli definì la sua stessa terra, gli anni della giovinezza delimitano in Montale una visione del mondo in cui prevalgono i sentimenti privati e l’osservazione profonda e minuziosa delle poche cose che lo circondano – la natura mediterranea e le donne della famiglia. Ma quel “piccolo mondo” è sorretto intellettualmente da una vena linguistica nutrita di queste lunghe letture, finalizzate soprattutto al piacere della conoscenza e della scoperta. In questo periodo di formazione Montale coltiva inoltre la passione per il canto, studiando dal 1915 al 1923 con l’ex baritono Ernesto Sivori, esperienza che lascia in lui un vivo interesse per la musica, anche se non si esibirà mai in pubblico. Riceverà comunque già nel 1942 dediche da Tommaso Landolfi, fondatore con altri della rivista Letteratura. Grande Guerra e avvento del Fascismo Nell’anno 1917, dopo quattro visite mediche, è dichiarato idoneo al servizio militare, a settembre è arruolato nel 23º fanteria a Novara, frequenta a Parma il corso allievi ufficiali di complemento ottenendo il grado di sottotenente di fanteria e chiede di essere inviato al fronte. Dall’aprile 1917 combatte in Vallarsa, inquadrato nei “Leoni di Liguria” del 158º Reggimento fanteria ed il 3 novembre 1918 conclude l’esperienza combattente entrando a Rovereto. In seguito fu trasferito a Chienes, poi al campo di reduci di guerra dell’Eremo di Lanzo e, infine, fu congedato con il grado di tenente all’inizio del 1920. Negli anni tra il 1919 e il 1923 conosce a Monterosso Anna degli Uberti (1904-1959), protagonista femminile in un insieme di poesie montaliane, trasversali nelle varie opere, note come “ciclo di Arletta” (chiamata anche Annetta o capinera). Nel 1924 conosce la giovane di origine peruviana Paola “Edda” Nicoli, anch’ella presente negli Ossi di seppia e ne Le occasioni. È il momento dell’affermazione del fascismo, dal quale Montale prende subito le distanze sottoscrivendo nel 1925 il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce. Il suo antifascismo ha una dimensione non tanto politica quanto culturale: esso si nutre di un disagio esistenziale e di un sentimento di malessere nei confronti della civiltà moderna tout court. È un antifascismo aristocratico e snobistico. Montale vive questo periodo nella “reclusione” della provincia ligure, che gli ispira una visione profondamente negativa della vita. Il suo pessimismo non essendo immediatamente riconducibile alla politica sopravvive anche dopo l’avvento della democrazia: è evidente ne La bufera e altro nel suo non riconoscersi nei due partiti di massa (DC e PCI) e nella società dei consumi. Soggiorno a Firenze Montale giunge a Firenze nel 1927 per il lavoro di redattore ottenuto presso l’editore Bemporad. Nel capoluogo toscano gli anni precedenti erano stati decisivi per la nascita della poesia italiana moderna, soprattutto grazie alle aperture della cultura fiorentina nei confronti di tutto ciò che accadeva in Europa: le Edizioni de La Voce; i Canti Orfici di Dino Campana (1914); le prime liriche di Ungaretti per Lacerba; e l’accoglienza di poeti come Vincenzo Cardarelli e Umberto Saba. Montale, dopo l’edizione degli Ossi del 1925, nel 1929 è chiamato a dirigere il Gabinetto scientifico letterario G. P. Vieusseux. Curiosamente, come ricordava lo stesso Montale, fu inserito in una lista di possibili candidati da Paolo Emilio Pavolini e venne scelto dall’allora podestà fiorentino Giuseppe Della Gherardesca, essendo l’unico non iscritto al Partito Fascista. Dieci anni più tardi, per l’identico motivo, Montale venne esonerato dall’incarico, dopo che per 18 mesi gli era stato sospeso lo stipendio, nel tentativo di “incoraggiarlo” ad iscriversi al PNF.In quegli anni collabora alla rivista Solaria, frequenta i ritrovi letterari del caffè Le Giubbe Rosse conoscendovi Carlo Emilio Gadda, Tommaso Landolfi e Elio Vittorini, e scrive per quasi tutte le nuove riviste letterarie che nascono e muoiono in quegli anni di ricerca poetica. In questo contesto prova anche l’arte pittorica imparando dal Maestro Elio Romano l’impasto dei colori e l’uso dei pennelli. Nel '29 è ospite nella casa di Drusilla Tanzi (che aveva conosciuto nel '27) e del marito, lo storico d’arte Matteo Marangoni, casa dove due anni prima gli avevano presentato anche Gerti Frankl. La vita a Firenze però si trascina per il poeta tra incertezze economiche e complicati rapporti sentimentali; nel 1933 conosce l’italianista americana Irma Brandeis, con cui avvia una quinquennale storia d’amore, cantandola con il nome di Clizia in molte poesie confluite ne Le occasioni. Legge molto Dante e Svevo, e i classici americani. Fino al 1948, l’anno del trasferimento a Milano, egli pubblica Le occasioni e le prime liriche di quelle che formeranno La bufera e altro (che uscirà nel 1956). Montale, che non si era iscritto al Partito fascista e dopo il delitto di Giacomo Matteotti era stato firmatario del manifesto crociano, prova subito dopo la guerra ad iscriversi al Partito d’azione, ma ne esce pochissimo tempo dopo. Soggiorno a Milano Montale trascorre l’ultima parte della sua vita (dal 1948 alla morte) a Milano. Diventa redattore del Corriere della Sera e critico musicale per il “Corriere d’informazione”. Scrive inoltre reportage culturali da vari Paesi (fra cui il Medio Oriente, visitato in occasione del pellegrinaggio di Papa Paolo VI in Terra Santa). Scrive altresì di letteratura anglo-americana per la terza pagina, avvalendosi anche della collaborazione dell’amico americano Henry Furst, il quale gli invia molti articoli su autori e argomenti da lui stesso richiesti. La vicenda venne rivelata da Mario Soldati nel racconto “Due amici” (Montale e Furst) nel volume Rami secchi (Rizzoli 1989) e soprattutto da Marcello Staglieno, con la pubblicazione su una terza pagina de il Giornale diretto da Indro Montanelli di alcune delle lettere inedite di Montale all’amico. Nel 1956, oltre a La bufera esce anche la raccolta di prose Farfalla di Dinard. Amava anche collaborare con vari artisti ed è il caso ad esempio di Renzo Sommaruga, scultore e artista figurativo, di cui nel 1957 scrisse la presentazione della sua personale parigina e che si può trovare nel Secondo Mestiere. Il 23 luglio 1962 sposa Drusilla Tanzi, con cui conviveva dal 1939, di dieci anni più anziana di lui, con rito religioso a Montereggi, presso Fiesole; il rito civile viene celebrato a Firenze il 30 aprile 1963 (Matteo Marangoni, primo marito di lei, era morto nel 1958), la quale morirà tuttavia a Milano il 20 ottobre dello stesso anno all’età di 77 anni. La salute di Drusilla si era rapidamente deteriorata, per la frattura di un femore in seguito a una caduta accidentale nell’agosto di quell’anno. Nel 1969 viene pubblicata un’antologia dei reportage di Montale, intitolata Fuori di casa, in richiamo al tema del viaggio. Il mondo di Montale, tuttavia, risiede in particolare nella “trasognata solitudine”, come la definisce Angelo Marchese, del suo appartamento milanese di via Bigli, dove viene amorevolmente assistito, alla morte di Drusilla, da Gina Tiossi. Ultimi anni Le ultime raccolte di versi, Xenia (1966, dedicata alla moglie Drusilla Tanzi, morta nel 1963), Satura (1971) e Diario del '71 e del '72 (1973), testimoniano in modo definitivo il distacco del poeta – ironico e mai amaro – dalla Vita con la maiuscola: «pensai presto, e ancora penso, che l’arte sia la forma di vita di chi veramente non vive: un compenso o un surrogato» (Montale, Intenzioni. Intervista immaginaria, Milano 1976). Sempre nel 1966 Montale pubblicò i saggi Auto da fé, una lucida riflessione sulle trasformazioni culturali in corso. Anche se poeta trasognato e “dimesso”, è anche stato oggetto di riconoscimenti ufficiali: lauree honoris causa (Università di Milano nel 1961, Università di Cambridge 1967, La Sapienza 1974). Fu nominato senatore a vita il 13 giugno 1967 dal presidente della Repubblica Giuseppe Saragat per i meriti in campo letterario, aderendo al gruppo del PLI e poi a quello del PRI.Nel pieno del dibattito civile sulla necessità dell’impegno politico degli intellettuali, Montale continuò ad essere un poeta molto letto in Italia. Nel 1975 ricevette il Premio Nobel per la letteratura «per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni».. Nel 1976 scrisse il commiato funebre al suo collega defunto, il salernitano Alfonso Gatto. L’anno seguente gli fu chiesto se, una volta sorteggiato, avrebbe accettato di fare il giurato in un processo contro le Brigate Rosse: “Credo di no”, rispose l’anziano poeta, "sono un uomo come gli altri e non si può chiedere a nessuno di fare l’eroe".Eugenio Montale morì a Milano la sera del 12 settembre 1981, un mese prima di compiere 85 anni, nella clinica San Pio X dove si trovava ricoverato per problemi derivati da una vasculopatia cerebrale. I funerali di Stato furono celebrati due giorni dopo nel Duomo di Milano dall’allora arcivescovo della diocesi Carlo Maria Martini. Venne sepolto nel cimitero accanto alla chiesa di San Felice a Ema, sobborgo nella periferia sud di Firenze, accanto alla moglie Drusilla. Nella seduta del successivo 8 ottobre, il Senato commemorò la figura di Montale, attraverso i discorsi del presidente Amintore Fanfani e del presidente del Consiglio Giovanni Spadolini. Le opere * Le raccolte di versi contengono la storia della sua poesia: * Ossi di seppia, Torino, Gobetti, 1925. * La casa dei doganieri e altri versi, Firenze, Vallecchi, 1932. * Poesie, Firenze, Parenti, 1938. * Le occasioni, Torino, Einaudi, 1939. * Finisterre. Versi del 1940-42, Lugano, Collana di Lugano, 1943. * Quaderno di traduzioni, Milano, Edizioni della Meridiana, 1948. * La bufera e altro, Venezia, Neri Pozza, 1956. * Farfalla di Dinard, Venezia, Neri Pozza, 1956. * Xenia. 1964-1966, San Severino Marche, Bellabarba, 1966. * Auto da fé. Cronache in due tempi, Milano, Il Saggiatore, 1966. Fuori di casa, Milano-Napoli, Ricciardi, 1969; Collana SIS, Mondadori, 1973; Oscar Moderni, Mondadori, 2017. [40 prose di viaggi apparse originariamente sul Corriere della Sera e sul Corriere d’Informazione fra il 1946 e il 1964] * Satura. 1962-1970, Milano, A. Mondadori, 1971. * Nel nostro tempo, Milano, Rizzoli, 1972. * Diario del '71 e del '72, Milano, A. Mondadori, 1973. * Sulla poesia, Milano, A. Mondadori, 1976. * Quaderno di quattro anni, Milano, A. Mondadori, 1977. * Altri versi e poesie disperse, Milano, A. Mondadori, 1981. * Diario postumo. Prima parte: 30 poesie, Milano, A. Mondadori, 1991. ISBN 88-04-34169-6. * Diario postumo. 66 poesie e altre, Milano, A. Mondadori, 1996. ISBN 88-04-41032-9. [sul testo, pubblicato postumo, alcuni studiosi hanno manifestato il dubbio di non autenticità Ossi di Seppia Il primo momento della poesia di Montale rappresenta l’affermazione del motivo lirico. Montale, in Ossi di seppia (1925) edito da Piero Gobetti, afferma l’impossibilità di dare una risposta all’esistenza: in una delle liriche, Non chiederci la parola, egli afferma che è possibile dire solo "ciò che non siamo, ciò che non vogliamo", sottolineando la negatività della condizione esistenziale. Lo stesso titolo dell’opera designa l’esistenza umana, logorata dalla natura, e ormai ridotta ad un oggetto inanimato, privo di vita. Gli ossi di seppia sono una metafora che serve a descrivere l’uomo, che con l’età adulta viene allontanato dalla felicità della giovinezza e abbandonato, al dolore, sulla terra come un inutile osso di seppia. Gli ossi di seppia sono, infatti, gli endoscheletri delle seppie rilasciati sulla spiaggia dalle onde del mare, quindi, presenze inaridite e ridotte al minimo, che simboleggiano la poetica di Montale scabra ed essenziale. In tal modo Montale capovolge l’atteggiamento fondamentale più consueto della poesia: il poeta non può trovare e dare risposte o certezze; sul destino dell’uomo incombe quella che il poeta, nella lirica Spesso il male di vivere ho incontrato, definisce “Divina Indifferenza”, ciò che mostra una partecipazione emotiva del tutto distaccata rispetto all’uomo. In un certo senso, si potrebbe affermare che tale “Divina indifferenza” è l’esatto contrario della “Provvidenza divina” manzoniana. La prima raccolta di Montale uscì nel giugno del 1925 e comprende poesie scritte tra il 1916 e il 1925. Il libro si presenta diviso in quattro sezioni, a loro volta organizzate al loro interno: Movimenti, Ossi di seppia, Mediterraneo, Meriggi ed ombre; a questi fanno da cornice una introduzione (In limine) e una conclusione (Riviere). Il titolo della raccolta vuole evocare i relitti che il mare abbandona sulla spiaggia, come gli ossi di seppia che le onde portano a riva; qualcosa di simile sono le sue poesie: in un’epoca che non permette più ai poeti di lanciare messaggi, di fornire un’interpretazione compiuta della vita e dell’uomo, le poesie sono frammenti di un discorso che resta sottinteso e approdano alla riva del mare come per caso, frutto di momentanee illuminazioni. Le poesie di questa raccolta traggono lo spunto iniziale da una situazione, da un episodio della vita del poeta, da un paesaggio, come quello della Liguria, per esprimere temi più generali: la rottura tra individuo e mondo, la difficoltà di conciliare la vita con il bisogno di verità, la consapevolezza della precarietà della condizione umana. Si affollano in queste poesie oggetti, presenze anche molto dimesse che non compaiono solitamente nel linguaggio dei poeti, alle quali Montale affida, in toni sommessi, la sua analisi negativa del presente ma anche la non rassegnazione, l’attesa di un miracolo. L’emarginazione sociale a cui era condannata la classe di appartenenza, colta e liberale, della famiglia, acuisce comunque nel poeta la percezione del mondo, la capacità di penetrare nelle impressioni che sorgono dalla presenza dei paesaggi naturali: la solitudine da “reclusione” interiore genera il colloquio con le cose, quelle della riviera ligure, o del mare. Una natura “scarna, scabra, allucinante”, e un “mare fermentante” dal richiamo ipnotico, proprio del paesaggio mediterraneo. Il manoscritto autografo di Ossi di seppia è conservato presso il Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia. Le occasioni In Le occasioni (1939) la poesia è fatta di simbolo di analogia, di enunciazioni lontane dall’abbandono dei poeti ottocenteschi. Il mondo poetico di Montale appare desolato, oscuro, dolente, privo di speranza; infatti, tutto ciò che circonda il poeta è guardato con pietà e con misurata compassione. Simbolica la data di pubblicazione, 14 ottobre 1939, poco dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale. Il fascicolo di poesie è dedicato a una misteriosa I.B, iniziali della poetessa e dantista americana Irma Brandeis, di origini ebraiche e perciò costretta a rimpatriare dopo la promulgazione delle leggi razziali. La memoria è sollecitata da alcune “occasioni” di richiamo, in particolare si delineano figure femminili, per esempio la fanciulla conosciuta in vacanza a Monterosso, Annetta-Arletta (già presente negli Ossi), oppure Dora Markus, della omonima poesia: sono nuove “Beatrici” a cui il poeta affida la propria speranza. La figura della donna, soprattutto Clizia (senhal di Irma), viene perseguita da Montale attraverso un’idea lirica della donna-angelo, messaggera divina. I tratti che servono per descriverla sono rarissimi, ed il desiderio è interamente una visione dell’amore fortemente idealizzata, che non si traduce necessariamente in realtà. Nel contempo il linguaggio si fa meno penetrabile e i messaggi sono sottintesi, e anche se non di un ermetismo irrazionale, espressione di una sua personale tensione razionale e sentimentale. In Le occasioni la frase divenne più libera e la riflessione filosofica, molto presente nella poesia di Montale, diviene più vigorosa. Il poeta indaga le ragioni della vita, l’idea della morte, l’impossibilità di dare una spiegazione valida all’esistenza, lo scorrere inesorabile del tempo (Non recidere, forbice, quel volto). La bufera e altro Sono componimenti riguardanti temi di guerra e di dolore pubblicati nel 1956. Nel poeta ligure confluiscono quegli spiriti della “crisi” che la reazione anti-dannunziana aveva generato fin dai Crepuscolari: tutto ciò che era stato scritto con vena ribelle nel brulicante mondo poetico italiano tra le due guerre, in lui diventa possibilità di scoprire altre ragioni per essere poeti. Per quanto riguarda l’engagement tipico di quegli anni, non ce n’è alcuna traccia. Xenia e Satura Negli ultimi anni Montale approfondì la propria filosofia di vita, quasi temesse di non avere abbastanza tempo “per dire tutto” (quasi una sensazione di vicinanza della morte); Xenia (1966) è una raccolta di poesie dedicate alla propria moglie defunta, Drusilla Tanzi, amorevolmente soprannominata “Mosca” per le spesse lenti degli occhiali da vista. Il titolo richiama xenia, che nell’antica Grecia erano i doni fatti all’ospite, e che ora dunque costituirebbero il dono alla propria moglie. Le poesie di Xenia furono pubblicate insieme alla raccolta Satura, con il titolo complessivo Satura, nel gennaio 1971. «Con questo libro– scrive Marco Forti nel risvolto di copertina dell’edizione Mondadori– Montale ha sciolto il gran gelo speculativo e riepilogativo della Bufera e ha ritrovato, semmai, la varietà e la frondosità, la molteplicità timbrica, lo scatto dell’impennata lirica e insieme la “prosa” che, già negli Ossi di seppia, costituirono la sua sorprendente novità.» Riferimenti Wikipedia – https://it.wikipedia.org/wiki/Eugenio_Montale

Gabriele D'Annunzio

Gabriele D’Annunzio, all’anagrafe Gabriele d’Annunz (io (Pescara, 12 marzo 1863 – Gardone Riviera, 1º marzo 1938), è stato uno scrittore, poeta, drammaturgo, militare, politico, giornalista e patriota italiano, simbolo del Decadentismo e celebre figura della prima guerra mondiale, dal 1924 insignito del titolo di “principe di Montenevoso”. Soprannominato “il Vate”, cioè “poeta sacro, profeta”, cantore dell’Italia umbertina, o anche “l’Immaginifico”, occupò una posizione preminente nella letteratura italiana dal 1889 al 1910 circa e nella vita politica dal 1914 al 1924. È stato definito «eccezionale e ultimo interprete della più duratura tradizione poetica italiana […]» e come politico lasciò un segno nella sua epoca e un’influenza sugli eventi che gli sarebbero succeduti. L’arte di D’Annunzio fu così determinante per la cultura di massa che influenzò usi e costumi nell’Italia –e non solo– del suo tempo: un periodo che più tardi sarebbe stato definito appunto “dannunzianesimo”. Biografia La famiglia e gli anni di formazione Gabriele D’Annunzio nacque a Pescara il 12 marzo 1863 da una famiglia borghese benestante. Terzo di cinque figli, visse un’infanzia felice, distinguendosi per intelligenza e vivacità. Dalla madre, Luisa de Benedictis (1839-1917), erediterà la fine sensibilità; dal padre, Francesco Paolo Rapagnetta (1831-1893) (il quale aveva acquisito nel 1851 il cognome D’Annunzio da un ricco parente che lo adottò, lo zio Antonio D’Annunzio), il temperamento sanguigno, la passione per le donne e la disinvoltura nel contrarre debiti, che portarono la famiglia da una condizione agiata a una difficile situazione economica. Reminiscenze della condotta paterna, la cui figura è ricordata nelle Faville del maglio e accennata nel Poema paradisiaco, sono presenti nel romanzo Trionfo della morte.Ebbe tre sorelle, cui fu molto legato per tutta la vita, e un fratello minore: Anna (Pescara, 27 luglio 1859– Pescara, 9 agosto 1914); Elvira (Pescara, 3 novembre 1861– Pescara, 1942); Ernestina (Pescara, 10 luglio 1865– Pescara, 1938); Antonio (Pescara, 1867– New York, 1945), direttore d’orchestra, si trasferì negli Stati Uniti d’America, dove perse tutto nella crisi economica del 1929; D’Annunzio lo aiutò finanziariamente con cospicui prestiti, ma le continue richieste di denaro spinsero Gabriele a rompere i rapporti e a rifiutare di incontrarlo al Vittoriale.Il giovane D’Annunzio non tardò a manifestare un carattere ambizioso e privo di complessi e inibizioni, portato al confronto competitivo con la realtà. Ne è testimonianza la lettera che, ancora sedicenne, scrisse nel 1879 a Giosuè Carducci, il poeta più stimato nell’Italia umbertina, mentre frequenta il liceo al prestigioso istituto Convitto Cicognini di Prato. Nel 1879 il padre finanziò la pubblicazione della prima opera del giovane studente, Primo vere, una raccolta di poesie che ebbe presto successo. Accompagnato da un’entusiastica recensione critica sulla rivista romana Il Fanfulla della domenica, il libro venne pubblicizzato dallo stesso D’Annunzio con un espediente: fece diffondere la falsa notizia della propria morte per una caduta da cavallo. La notizia ebbe l’effetto di richiamare l’attenzione del pubblico romano sul romantico studente abruzzese, facendone un personaggio molto discusso. Lo stesso D’Annunzio poi smentì la falsa notizia. Dopo aver concluso gli studi liceali accompagnato da una notorietà in continua ascesa, giunse a Roma e si iscrisse alla Facoltà di Lettere, dove non terminò mai gli studi. Il periodo romano (1881-1891) Gli anni 1881-1891 furono decisivi per la formazione di D’Annunzio, e nel rapporto con il particolare ambiente culturale e mondano di Roma da poco divenuta capitale del Regno, cominciò a forgiarsi il suo stile raffinato e comunicativo, la sua visione del mondo e il nucleo centrale della sua poetica. La buona accoglienza che trovò in città fu favorita dalla presenza in essa di un folto gruppo di scrittori, artisti, musicisti, giornalisti di origine abruzzese, parte dei quali conosciuti dal poeta a Francavilla al Mare, in un convento di proprietà del corregionale e amico Francesco Paolo Michetti (fra essi Scarfoglio, Tosti, Masciantonio e Barbella) che fece parlare in seguito di una “Roma bizantina”, dal nome della rivista su cui scrivevano, Cronaca bizantina.La cultura provinciale e vitalistica di cui il gruppo si faceva portatore appariva al pubblico romano, chiuso in un ambiente ristretto e soffocante—ancora molto lontano dall’effervescenza intellettuale che animava le altre capitali europee—una novità “barbarica”, eccitante e trasgressiva; D’Annunzio seppe condensare perfettamente, con uno stile giornalistico esuberante, raffinato e virtuosistico, gli stimoli che questa opposizione “centro-periferia”, “natura-cultura” offrivano alle attese di lettori desiderosi di novità. D’Annunzio si era dovuto adattare al lavoro giornalistico soprattutto per esigenze economiche, ma attratto alla frequentazione della Roma “bene” dal suo gusto per l’esibizione della bellezza e del lusso, nel 1883 sposò, con un matrimonio “di riparazione” (lei era già incinta del figlio Mario), nella cappella di Palazzo Altemps a Roma, Maria Hardouin duchessa di Gallese, da cui ebbe tre figli (Mario, deputato al parlamento, Gabriele Maria, attore, e Ugo Veniero). Il matrimonio finì in una separazione legale dopo pochi anni (anche se il poeta e la ex-moglie rimasero in buoni rapporti), per le numerose relazioni extraconiugali di D’Annunzio. Tuttavia, le esperienze per lui decisive furono quelle trasfigurate negli eleganti e ricercati resoconti giornalistici. In questo rito di iniziazione letteraria egli mise rapidamente a fuoco i propri riferimenti culturali, nei quali si immedesimò fino a trasfondervi tutte le sue energie creative ed emotive. Ma la donna venne presto messa in disparte dallo scrittore, che dall’aprile del 1887 guardò con grande passione alla nuova amante Barbara Leoni, destinata a restare il suo più grande amore, anche al di là della loro storia durata cinque anni. In quei primi anni giovanili utilizzava lo pseudonimo di “Duca Minimo” per gli articoli che scriveva per La Tribuna, giornale fondato dagli esponenti della Sinistra storica, Alfredo Baccarini e Giuseppe Zanardelli. Il grande successo letterario arrivò con la pubblicazione del suo primo romanzo, Il piacere a Milano presso l’editore Treves, nel 1889. Tale romanzo, incentrato sulla figura dell’esteta decadente, inaugura una nuova prosa introspettiva e psicologica che rompe con i canoni estetici del naturalismo e del positivismo allora imperanti. Accanto a lettori ed estimatori più attenti e colti, venne presto a crearsi attorno alla figura di D’Annunzio un vasto pubblico condizionato non tanto dai contenuti, quanto dalle forme e dai risvolti divistici delle sue opere e della sua persona, un vero e proprio star system ante litteram, che lo stesso scrittore contribuì a costruire deliberatamente. Egli inventò uno stile immaginoso e appariscente di vita da “grande divo”, con cui nutrì il bisogno di sogni, di misteri, di “vivere un’altra vita”, di oggetti e comportamenti-culto che stava connotando in Italia la nuova cultura di massa. Il periodo napoletano (1891-1893) Tra il 1891 e il 1893 D’Annunzio visse a Napoli, dove compose Giovanni Episcopo e L’innocente, seguiti da Il trionfo della morte (scritto in Abruzzo, tra Francavilla al Mare e San Vito Chietino) e dalle liriche del Poema paradisiaco. Sempre di questo periodo è il suo primo approccio agli scritti di Friedrich Nietzsche. Le suggestioni nietzschiane, liberamente filtrate dalla sensibilità del Vate si ritroveranno anche ne Le vergini delle rocce (1895), poema in prosa dove l’arte «...si presenta come strumento di una diversa aristocrazia, elemento costitutivo del vivere inimitabile, suprema affermazione dell’individuo e criterio fondamentale di ogni atto». Nel 1892, a seguito di una gara con Ferdinando Russo sulla capacità del poeta di comporre liriche in dialetto napoletano, D’Annunzio compone il testo de 'A vucchella, romanza che verrà pubblicata nel 1907 musicata da Francesco Paolo Tosti. La canzone, eseguita da celebri tenori come Enrico Caruso e, in seguito, Luciano Pavarotti verrà incisa anche da grandi interpreti della canzone napoletana come Roberto Murolo che ne faranno un classico. Il periodo fiorentino (1894-1904) Sempre nel 1892 cominciò una relazione epistolare con la celebre attrice Eleonora Duse, con la quale ebbe inizio la stagione centrale della sua vita. Si conobbero personalmente nel 1894 e subito scattò l’amore. Per vivere accanto alla sua nuova compagna, D’Annunzio si trasferì a Firenze, nella zona di Settignano, dove affittò la villa La Capponcina – dal nome della famiglia Capponi che ne era stata la proprietaria – (vicinissima alla villa La Porziuncola dell’attrice), trasformandola in un monumento del gusto estetico decadente, definita da lui “la vita del signore rinascimentale”. Frequentò anche il Chianti e conobbe una nobile di San Casciano in Val di Pesa, passò un breve periodo presso il Fedino, una nota villa del luogo. Sono in questi anni che si situa gran parte della drammaturgia dannunziana, piuttosto innovativa rispetto ai canoni del dramma borghese o del teatro, dominanti in Italia, e che non di rado ha come punto di riferimento la figura attoriale della Duse, nonché le sue migliori opere poetiche, la gran parte delle Laudi, e, tra queste, il vertice e capolavoro della poesia dannunziana, l’Alcyone. La relazione dell’artista con Eleonora Duse è stata celebrata a Firenze in un modo molto originale. Alla nascita del quartiere fiorentino di Coverciano (sorto proprio ai piedi della villa dannunziana di Settignano), due importanti arterie stradali della zona vennero inaugurate in memoria dei famosi amanti, prevedendo inoltre un incrocio tra queste vie. Tra il 1893 e il 1897 D’Annunzio condusse un’esistenza movimentata, che lo portò dapprima nella sua terra d’origine e poi in Grecia, che visitò nel corso di un lungo viaggio. Nel 1897 volle provare l’esperienza politica, vivendo anch’essa, come tutto il resto, in un modo bizzarro e clamoroso: eletto deputato della destra, passò quasi subito nelle file della sinistra, giustificandosi con la celebre affermazione «vado verso la vita», per protesta contro Luigi Pelloux e le “leggi liberticide”; espresse anche vivaci proteste per la sanguinosa repressione dei moti di Milano da parte del generale Fiorenzo Bava Beccaris. Dal 1900 al 1906 fu molto vicino al Partito Socialista Italiano. D’Annunzio e la Massoneria Il 3 marzo 1901 inaugurò invece con Ettore Ferrari, Gran Maestro della massoneria del Grande Oriente d’Italia, l’Università Popolare di Milano, nella sede di via Ugo Foscolo, dove pronunciò il discorso inaugurale e dove, successivamente, svolse un’attività straordinaria di docenze e lezioni culturali. L’amicizia con Ferrari aveva avvicinato il Vate alla “libera muratoria”: D’Annunzio era infatti massone e 33º grado della Gran Loggia d’Italia degli Alam detta "di Piazza del Gesù", fuoriuscita nel 1908 dal GOI. Più tardi fu iniziato al Martinismo. Molti dei volontari fiumani erano esoteristi o massoni e tra di essi figuravano in particolare Alceste de Ambris, Sante Ceccherini, Marco Egidio Allegri. La bandiera della Reggenza del Carnaro avrebbe contenuto svariati simboli massonici e gnostici, come l’uroboro e le sette stelle dell’Orsa Maggiore. Il trasferimento in Francia (1904-1915) La relazione con Eleonora Duse si incrinò nel 1904, dopo la pubblicazione del romanzo Il fuoco, in cui il poeta aveva descritto impietosamente la loro relazione, e il tradimento con Alessandra di Rudiní. In quell’epoca la vita dispendiosa condotta dal Vate lo portò a sperperare le cospicue somme percepite per le proprie pubblicazioni, che divennero insufficienti a coprire le spese prodottesi. Nel 1910, convinto dalla nuova amante Nathalie de Goloubeff, D’Annunzio si trasferì in Francia: già da tempo aveva accumulato una serie di debiti e, per evitare i creditori, aveva preferito allontanarsi dal proprio Paese. L’arredamento della villa fu messo all’asta e D’Annunzio per cinque anni non rientrò in Italia. Risale a questo periodo la relazione con l’americana Romaine Beatrice Brooks.A Parigi era un personaggio noto, era stato tradotto da Georges Hérelle e il dibattito tra decadentisti e naturalisti aveva a suo tempo suscitato un notevole interesse già con Huysmans. Ciò gli permise di mantenere inalterato il suo dissipato stile di vita fatto di debiti e frequentazioni mondane, tra cui quelle con Filippo Tommaso Marinetti e Claude Debussy. Pur lontano dall’Italia, collaborò al dibattito politico prebellico, pubblicando versi in celebrazione della guerra italo-turca, inclusi poi in Merope, o editoriali per diversi giornali nazionali (in particolare per il Corriere della Sera), che a loro volta gli concedevano altri prestiti. Nel 1910 D’Annunzio aderì all’Associazione Nazionalista Italiana fondata da Corradini. Nei suoi contributi inneggiò ad una politica di potenza, opponendo la sua idea di Nazione all’«Italietta meschina e pacifista».Nel 1914 Gabriele D’Annunzio rifiutò di diventare Accademico della Crusca, dichiarandosi nemico degli onori letterari e delle Università. Ai bolognesi che gli offrivano una cattedra scrisse infatti: “amo più le aperte spiagge che le chiuse scuole dalle quali vi auguro di liberarvi”. Dopo il periodo parigino si ritirò ad Arcachon, sulla costa atlantica, dove si dedicò all’attività letteraria in collaborazione con musicisti di successo (Mascagni, Debussy), e compose libretti d’opera (Le martyre de Saint Sébastien) e soggetti per film (Cabiria). Partecipazione alla prima guerra mondiale (1915-1918) Nel 1915 ritornò in Italia, dove rifiutò la cattedra di letteratura italiana che era stata di Pascoli; condusse immediatamente un’intensa propaganda interventista, inneggiando al mito di Roma e del Risorgimento e richiamandosi alla figura di Giuseppe Garibaldi.Il discorso celebrativo che D’Annunzio pronunciò a Quarto il 5 maggio 1915 durante l’inaugurazione del monumento ai Mille, in seno alle imponenti manifestazioni che si svolsero a Genova in occasione delle celebrazioni del Primo Maggio, segnò l’inizio di un fitto programma di manifestazioni interventiste, che culminarono con le arringhe tenute a Roma durante tutto il periodo antecendente l’entrata in guerra, durante le cosiddette “radiose giornate di maggio”. Con lo scoppio del conflitto con l’Austria-Ungheria, D’Annunzio, nonostante avesse 52 anni, ottenne di arruolarsi come volontario di guerra nei Lancieri di Novara, partecipando subito ad alcune azioni dimostrative navali e aeree. Per un periodo risiedette a Cervignano del Friuli e Santa Maria la Longa, località vicine al Comando della III Armata, a capo della quale era il suo estimatore Emanuele Filiberto di Savoia, Duca d’Aosta. La sua attività in guerra fu prevalentemente propagandistica, fondata su continui spostamenti da un corpo all’altro come ufficiale di collegamento e osservatore.Ottenuto il brevetto di Osservatore d’aereo, nell’agosto 1915 effettuò un volo sopra Trieste insieme al suo comandante e carissimo amico Giuseppe Garrassini Garbarino, lanciando manifesti propagandistici; nel settembre 1915 partecipò a un’incursione aerea su Trento e nei mesi successivi, sul fronte carsico, a un attacco lanciato sul monte San Michele nel quadro delle battaglie dell’Isonzo. Il 16 gennaio del 1916, a seguito di un atterraggio d’emergenza, nell’urto contro la mitragliatrice dell’aereo riportò una lesione all’altezza della tempia e dell’arcata sopracciliare destra. La ferita, non curata per un mese, provocò la perdita dell’occhio che tenne coperto da una benda; anche da questo episodio trasse ispirazione per autodefinirsi e autografarsi come l’Orbo veggente. Dopo l’incidente passò un periodo di convalescenza a Venezia, durante il quale, assistito dalla figlia Renata, compose il Notturno. L’opera, interamente dedicata a ricordi e riflessioni legati all’esperienza di guerra, fu pubblicata nel 1921. Dopo la degenza, contro i consigli dei medici, tornò al fronte: nel settembre 1916 partecipò a un’incursione su Parenzo e, nell’anno successivo, con la III Armata, alla conquista del Veliki e al cruento scontro presso le foci del Timavo nel corso della decima battaglia dell’Isonzo. Nell’agosto del 1917 compì, con i piloti Maurizio Pagliano e Luigi Gori e il loro Caproni Ca.33, decorato con l’Asso di Picche, tre raid notturni su Pola (3, 5 e 8 agosto). Alla fine del mese effettuò col medesimo equipaggio attacchi a volo radente sulla dorsale dell’Hermada, riportando una ferita al polso e rientrando con il velivolo forato da 134 colpi. A settembre parve realizzarsi la possibilità di effettuare l’agognato raid su Vienna. A tal fine, con Pagliano e Gori compì un volo dimostrativo di 1000 km in 9 ore di volo, ma all’ultimo istante il consenso al raid venne negato. Alla fine di settembre si trasferì a Gioia del Colle (BA), inquadrato sempre con Pagliano e Gori, oltre al tenente Ivo Oliveti, Casimiro Buttini, Gino Lisa, Mariano D’Ayala Godoy, Andrea Bafile e il corrispondente di guerra del Corriere della Sera Guelfo Civinini, nel Distaccamento A.R., comandato dal maggiore Armando Armani, sui Caproni Ca.33 e al comando della 1ª Squadriglia bis, per compiere una missione sulle installazioni navali del golfo di Cattaro. L’impresa venne portata a termine con successo, sempre con Pagliano e Gori, la notte del 4 ottobre, volando per oltre 500 km sul mare, senza riferimenti, orientandosi con la bussola e le stelle. Alla fine di ottobre, durante la battaglia di Caporetto, incitò i soldati, pronunciando discorsi appassionati. Nel febbraio del 1918, imbarcato sui MAS 96 della Regia Marina, partecipò al raid navale, denominato la beffa di Buccari, azione dedicata alla memoria dei suoi compagni di volo Pagliano e Gori, caduti il 30 dicembre. Cazzullo riporta un episodio in cui il poeta cercò di impegnare truppe italiane per un’operazione puramente dimostrativa volendo posizionare un enorme tricolore sul castello di Duino, situato oltre il fronte, in direzione di Trieste. Quando gli austriaci, accortisi dell’incursione, aprirono il fuoco uccidendo diversi soldati italiani, D’Annunzio forzò i fanti rimasti ad avanzare comunque, ordinando agli artiglieri di sparare su chi si fosse arreso e additando i superstiti che fuggivano come codardi.L’11 marzo 1918, con il grado di maggiore, assunse il comando della 1ª Squadriglia navale S.A. del campo volo di San Nicolò del Lido di Venezia, primo esperimento di siluranti aeree, chiamata Squadra aerea San Marco, e ne coniò il motto: Sufficit Animus ("Abbastanza anima"). Tale squadriglia era mista, in quanto formata da aeroplani da ricognizione-bombardamento (velivoli SIA 9B– 4 velivoli nel 1º semestre 1918 e 7 velivoli nel 2º semestre 1918) e da ricognizione/caccia (10 velivoli Ansaldo S.V.A.). Nell’agosto del 1918, alla guida della 87ª Squadriglia aeroplani “Serenissima”, equipaggiata con i nuovi velivoli SVA 5, realizzò il suo sogno: il Volo su Vienna. Preso posto su uno SVA modificato, pilotato dal capitano Natale Palli, il 9 agosto raggiunse con una formazione di sette aeroplani la capitale asburgica, compiendo un volo di oltre 1000 km, quasi tutti sorvolando il territorio in mano al nemico. L’azione, dal carattere esclusivamente psicologico e propagandistico, fu caratterizzata dal lancio di migliaia di manifestini nei cieli di Vienna, con scritte che inneggiavano alla pace e alla fine delle ostilità. L’eco e la risonanza di tale azione furono enormi e perfino il nemico dovette ammetterne il valore. Fino al termine del conflitto, D’Annunzio si prodigò in innumerevoli voli di bombardamento sui territori occupati dall’esercito austriaco, fino alla battaglia finale, ai primi di novembre 1918. Al termine del conflitto «egli apparteneva di diritto alla generazione degli assi e dei pluridecorati...» e il coraggio dimostrato, unitamente ad alcune celebri imprese di cui era stato protagonista, ne consolidarono ulteriormente la popolarità. Si congedò con il grado di tenente colonnello, inusuale, all’epoca, per un ufficiale di complemento (ebbe tre promozioni per merito di guerra); gli verrà anche concesso nel 1925 il titolo onorario di generale di brigata aerea. Fu insignito di una medaglia d’oro al valor militare, cinque d’argento e una di bronzo. Nell’immediato dopoguerra D’Annunzio si fece portatore di un vasto malcontento, insistendo sul tema della “vittoria mutilata” e chiedendo, in sintonia con il movimento dei combattenti, il rinnovamento della classe dirigente in Italia. Lo stesso clima di malcontento portò all’ascesa di Benito Mussolini, che di qui al 1922 avrebbe condotto il fascismo a prendere il potere in Italia.Durante il conflitto D’Annunzio conobbe il poeta giapponese Harukichi Shimoi, arruolatosi negli Arditi dell’esercito italiano. Dall’incontro dei due poeti-soldati nacque l’idea, promossa a partire dal marzo 1919, del raid aereo Roma-Tokyo, ovviamente pacifico, a cui il Vate voleva inizialmente partecipare, e che fu portato a termine dall’aviatore Arturo Ferrarin. L’impresa di Fiume (1919-1921) Nel settembre 1919 D’Annunzio, insieme ad un gruppo paramilitare, guidò una spedizione di “legionari”, partiti da Ronchi di Monfalcone (ribattezzata, nel 1925, Ronchi dei Legionari in ricordo della storica impresa), per l’occupazione della città di Fiume, che le potenze alleate vincitrici non avevano assegnato all’Italia. Con questo gesto D’Annunzio raggiunse l’apice del processo di edificazione del proprio mito personale e politico.A Fiume, occupata dalle truppe alleate, già nell’ottobre 1918 si era costituito un Consiglio nazionale che propugnava l’annessione all’Italia, di cui fu nominato presidente Antonio Grossich. D’Annunzio con una colonna di volontari (tra i quali vi era anche Silvio Montanarella, marito della figlia Renata) occupò Fiume e vi instaurò il “Comando dell’Esercito italiano in Fiume d’Italia”. Il 5 ottobre 1920 aderì al Fascio di combattimento di Fiume. D’Annunzio, che era anche comandante delle Forze Armate Fiumane, e il suo governo vararono tra l’altro la Carta del Carnaro, una costituzione provvisoria, scritta dal sindacalista rivoluzionario Alceste de Ambris e modificata in parte da D’Annunzio stesso, che prevedeva, assieme alle varie leggi applicative e regolamenti varati, numerosi diritti per i lavoratori, le pensioni di invalidità, l’habeas corpus, il suffragio universale maschile e femminile, la libertà di opinione, di religione e di orientamento sessuale, la depenalizzazione dell’omosessualità, del nudismo e dell’uso di droga, la funzione sociale della proprietà privata, il corporativismo, le autonomie locali e il risarcimento degli errori giudiziari, il tutto molto tempo prima di altre carte costituzionali dell’epoca.Alle 9 corporazioni originarie ne aggiunse una decima, costituita dai cosiddetti “uomini novissimi”. Gli articoli XLIII e XLIV delineano la figura di un “Comandante” (lo stesso D’Annunzio), eletto con voto palese, una sorta di dittatore romano, attivo per il tempo di guerra, che detiene "la potestà suprema senza appellazione" e “assomma tutti i poteri politici e militari, legislativi ed esecutivi. I partecipi del Potere esecutivo assumono presso di lui officio di segretarii e commissarii.”Alcuni sostengono che D’Annunzio avesse usato mezzi repressivi per il governo di Fiume, i quali precorsero quelli poi usati dai fascisti. È diffusa l’opinione che l’uso dell’olio di ricino come strumento di tortura e punizione dei dissidenti sia stato introdotto proprio dai legionari di D’Annunzio, poi fatto proprio e reso famoso dallo squadrismo fascista.. Altri sostengono invece che l’esperienza non ebbe connotati solo nazionalistici, ma anche liberali e libertari piuttosto netti, e che il poeta non avesse intenzione di costituire un governo personale, ma solo un governo d’emergenza con possibilità di sperimentazione di diverse idee, aggregate in un programma politico unico grazie al suo carisma. Prima della fine dell’esperienza fiumana, la Reggenza del Carnaro sarà il primo Stato indipendente al mondo – anche se autoproclamato e non ufficiale – a riconoscere nel 1920 la legittimità della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa che nel 1923, unendosi alle altre repubbliche federali ad essa subordinate, sorte sulle ceneri dell’Impero Russo durante la rivoluzione d’ottobre, diverrà l’Unione Sovietica; in cambio, i sovietici, guidati da Lenin, furono gli unici al mondo a riconoscere l’indipendenza statale di Fiume dalla Jugoslavia. D’Annunzio per un certo periodo guardò con simpatia ai bolscevichi, tanto che il 27 e il 28 maggio 1922 ospitò al Vittoriale Georgij Vasil’jevič Čičerin, commissario sovietico agli affari esteri arrivato in Italia per la conferenza di Genova. Tuttavia nel 1926 esprimerà invece critiche contro il governo sovietico.Il 12 novembre 1920 una delegazione di ufficiali del Ministero della Guerra, di cui faceva parte anche Pietro Micheletti, stipulò il trattato di Rapallo: Fiume divenne città libera e Zara passò all’Italia, ma D’Annunzio non accettò l’accordo e il governo italiano di Giovanni Giolitti il 26 dicembre 1920 fece sgomberare i legionari con la forza, causando numerosi morti, nel cosiddetto “Natale di sangue”. Ai tempi di Fiume D’Annunzio soprannominò sprezzantemente Cagoja l’ex primo ministro Francesco Saverio Nitti, in relazione alla sua contrarietà verso l’annessione di Fiume. Nel 1924 lo Stato libero di Fiume fu infine annesso all’Italia, e italiano rimase fino al 1945. L’esilio a Gardone Riviera (1921-1938) Deluso dall’epilogo dell’esperienza di Fiume, nel febbraio 1921 si ritirò in un’esistenza solitaria nella villa di Cargnacco (comune di Gardone Riviera), che pochi mesi più tardi acquistò. Ribattezzata il Vittoriale degli italiani, fu ampliata e successivamente aperta al pubblico. Qui lavorò e visse fino alla morte, curando con gusto teatrale un mausoleo di ricordi e di simboli mitologici di cui la sua stessa persona costituiva il momento di attrazione centrale. D’Annunzio si impegnò inoltre per la crescita e il miglioramento della zona: la costruzione della strada litoranea Gargnano-Riva del Garda (1929-1931) fu fortemente voluta da lui, che se ne interessò personalmente, facendo valere il suo prestigio personale con le autorità. La strada, progettata e realizzata dall’ing. Riccardo Cozzaglio, segnò il termine del secolare isolamento di alcuni paesi del lago di Garda e fu poi classificata di interesse nazionale con il nome di Strada statale 45 bis Gardesana Occidentale. Lo stesso D’Annunzio, presente all’inaugurazione della strada, la battezzò con il nome di Meandro, per via della sua tortuosità e dell’alternarsi delle buie gallerie e del lago azzurro. Il Vate e il fascismo Il rapporto con il fascismo fu complesso e articolato, benché sostanzialmente organico: i fascisti in ascesa celebrarono D’Annunzio, riutilizzando i motti e i simboli del Vate già utilizzati a Fiume, come uno dei massimi e più fecondi letterati d’Italia, ma lo scrittore, dopo l’adesione iniziale ai Fasci di combattimento, non prese mai la tessera del Partito Nazionale Fascista, probabilmente per mantenere la sua completa autonomia.Nel 1919 Mussolini avviò una sottoscrizione pubblica per finanziare l’Impresa di Fiume, con la quale raccolse quasi tre milioni di lire. Una prima tranche di denaro, ammontante a 857.842 lire, fu consegnata a D’Annunzio ai primi di ottobre, mentre altro denaro gli giunse in seguito. Una parte cospicua del denaro raccolto, invece, non fu però consegnata a D’Annunzio e Mussolini fu accusato da due redattori di averla dirottata per finanziare lo squadrismo e il proprio partito in vista delle vicine elezioni politiche italiane del 1919. Per controbattere alle accuse, D’Annunzio inviò una lettera a Mussolini in cui ne attestò pubblicamente l’autorizzazione. Il poeta certificò che parte della somma raccolta fu utilizzata per finanziare lo squadrismo a Milano. Lettera originale inviata da D’Annunzio a Mussolini D’Annunzio, assieme a Filippo Tommaso Marinetti, fu uno dei primi firmatari del Manifesto degli intellettuali fascisti, pubblicato il 21 aprile 1925. Il deputato socialista Tito Zaniboni, più tardi noto per aver organizzato un attentato contro Mussolini il 4 novembre 1925, comunicò al giornale Il Mondo la notizia che D’Annunzio, in una lettera indirizzata a un legionario fiumano, avrebbe scritto in maniera critica sulla questione: All’indiscrezione D’Annunzio rispose il 5 novembre su “La provincia di Brescia”: Nel 1937 fu eletto Presidente dell’Accademia d’Italia, ma non andò mai a presiedere alcuna riunione (la nomina fu quasi imposta da Benito Mussolini, con la contrarietà di D’Annunzio). D’Annunzio fu anche Presidente onorario della SIAE dal 1920 al 1938. Per molti il Duce, temendo la popolarità e la personalità indipendente del poeta, tentò di metterlo risolutamente da parte, ricoprendolo di onori. Mussolini arrivò a finanziarlo con un assegno statale regolare, che gli permise di far fronte ai numerosi debiti; in cambio D’Annunzio evitò di esternare troppo il disprezzo che provava per la trasformazione del fascismo-movimento, che aveva ammirato, in un regime dittatoriale. Di certo vi era la scomodità del personaggio: già nel 1922, tre mesi prima della Marcia su Roma, quando D’Annunzio cadde dalla finestra della sua villa rischiando la vita (vicenda soprannominata “il volo dell’arcangelo”), qualcuno parlò di un attentato ordito dal primo ministro Francesco Saverio Nitti o addirittura dai fascisti; il funzionario Giuseppe Dosi indagò sulla caduta “accidentale” di D’Annunzio, che quasi ne provocò la morte, e scrisse: Renzo De Felice afferma che D’Annunzio fu posto poi sotto il controllo di agenti fascisti, visti anche i buoni rapporti del Vate con esponenti del mondo libertario, socialista e rivoluzionario, tra cui l’ex legionario fiumano e poi socialista Alceste de Ambris (che avvicinò il nazionalista D’Annunzio al sindacalismo rivoluzionario) e il politico Aldo Finzi, fascista di sinistra (poi partigiano antifascista) che prese parte con il poeta al volo su Vienna. Gli antifascisti Giovanni Bassanesi e Lauro De Bosis (D’Annunzio fu un frequentatore del circolo letterario del padre) vollero invece emulare proprio il volo su Vienna nelle loro imprese propagandistiche su Milano e Roma. Antonio Gramsci, che già nel 1920 aveva elogiato l’impresa fiumana dopo che anche Lenin aveva definito D’Annunzio “l’unico vero rivoluzionario in Italia”, aveva progettato nel 1922 un incontro col poeta, poi non avvenuto, in vista di un avvicinamento del PCI appena nato con gli Arditi del Popolo (formazioni di difesa proletaria nata da una scissione del movimento di reduci degli Arditi d’Italia), in funzione anti-squadrista e contro la posizione isolazionista di Amadeo Bordiga, accusato da Mosca di essere un “frazionista”.Nel 1937-38 D’Annunzio si oppose all’avvicinamento dell’Italia fascista al regime nazista, bollando Adolf Hitler, già nel giugno 1934, come “pagliaccio feroce”, “marrano dall’ignobile faccia offuscata sotto gli indelebili schizzi della tinta di calce di colla”, “ridicolo Nibelungo truccato alla Charlot”, “Attila imbianchino”. A partire da questo periodo, D’Annunzio cominciò a propagandare la necessità di completare l’irredentismo con una nuova “impresa fiumana” sulla Dalmazia. Mussolini e Starace lo fecero mettere segretamente sotto stretta sorveglianza, non fidandosi di lui e delle sue iniziative. La sua influenza sulla cultura italiana ed europea nei primi decenni del Novecento fu indiscutibile. Sempre attento ai movimenti dei giovani, fu tra i massimi ispiratori del Fondaco di baldanza, della Federazione Italiana Universitaria e di La Fionda, associazione goliardica e casa editrice. La sua salute cominciava ormai a declinare; D’Annunzio riceveva sempre le sue numerosi amanti, ma nonostante il carisma intatto e il fascino che esercitava il suo mito, egli le aspettava in camicia da notte o nella penombra, per nascondere il fisico invecchiato. D’Annunzio, fotofobico in seguito all’incidente all’occhio del 1916, stava comunque spesso nella penombra, coprendo con tende (visibili tuttora al Vittoriale) le finestre esposte alla luce solare diretta. Faceva spesso uso di stimolanti (come la cocaina), medicinali vari e antidolorifici, visibili tuttora negli armadietti del Vittoriale.Il 1º marzo 1938, alle ore 20:05, Gabriele D’Annunzio morì nella sua villa per un’emorragia cerebrale, mentre era al suo tavolo da lavoro; sullo scrittoio era aperto il Lunario Barbanera, con una frase da lui sottolineata di rosso, che annunciava la morte di una personalità. Il ricercatore Attilio Mazza ha sostenuto che il poeta possa essere morto per overdose di farmaci, accidentale o volontaria, dopo un periodo di depressione; all’amica Ines Pradella aveva scritto pochi mesi prima: "Fiammetta, oggi patisco uno di quegli accessi di malinconia mortali, che mi fanno temere di me; poiché è predestinato che io mi uccida. Se puoi, vieni a sorvegliarmi". Nel Libro segreto (1935), D’Annunzio fa intendere anche la caduta accidentale del 1922 come un tentativo di suicidio. Il certificato medico di morte, scritto dal dottor Alberto Cesari, primario dell’ospedale di Salò, e dal dottor Antonio Duse, medico curante del poeta, ufficializzò comunque la morte per cause naturali.Alla notizia della morte del poeta, Mussolini, secondo quanto riportato da Galeazzo Ciano nei suoi Diari, avrebbe detto di avvertire un senso di “vuoto” e che il Vate “aveva rappresentato molto nella sua vita”; parole che appaiono almeno in parte insincere, visto l’antagonismo tra i due, il fatto che il Duce lo facesse controllare ed in privato lo definisse “il vecchio bardo decrepito”.Ai funerali di Stato, voluti in suo onore dal regime fascista, la partecipazione popolare fu imponente. Il feretro, avvolto dalla bandiera del Timavo era seguito da «…la folla innumerevole degli ex legionari, degli ammiratori, dei devoti alla sua gloria e alla sua fama…». È sepolto nel mausoleo del Vittoriale. Luoghi dannunziani Molti sono i luoghi visitati da Gabriele D’Annunzio, tra i quali l’Abruzzo, Pescara, Ortona, San Vito Chietino, la Toscana, Firenze, Settignano, Roma, Napoli, Venezia e altri posti all’estero. Alcuni di essi sono descritti dal poeta nelle sue opere Il piacere, Primo vere, Canto novo, Il fuoco, Le novelle della Pescara, e Il trionfo della morte, nelle tragedie La figlia di Jorio e La fiaccola sotto il moggio, e nella raccolta a più volumi delle Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi. In Abruzzo Pescara: il rione di Portanuova (corso Manthoné), la Cattedrale di San Cetteo, la casa natale. Gabriele D’Annunzio nacque nell’attuale corso Manthoné, la parte più antica della vecchia Pescara Portanuova. Nelle prime prose di Terra vergine– San Pantaleone, poi confluite nella raccolta Le novelle della Pescara (1902), d’Annunzio narra storie di stampo verista ambientate sia a Pescara che nell’entroterra della valle. La città è descritta come un luogo povero e malsano, con gente semplice e rude che tira a campare pescando o in altri modi non redditizi. La zona nuova di Pescara invece, Castellammare Adriatico, è il rione dei ricchi e degli altolocati, i quali spesso vengono a lite con Pescara, come il fatto di cronaca della guerra del ponte. La Cattedrale fino al 1933 era ridotta in stato avanzato di degrado, e così d’Annunzio fece pressione su Mussolini per una ricostruzione ex novo dove seppellire anche la madre Luisa D’Annunzio. Francavilla al Mare: Convento Michetti e Villa Schifanoia. Nel 1899 circa il pittore Francesco Paolo Michetti comprò il convento del Gesù in disuso, per farne un cenacolo culturale abruzzese, con membri d’Annunzio, Matilde Serao e Edoardo Scarfoglio. Spesso d’Annunzio nel primo periodo prosaico, specialmente nella stesura de Il piacere si rifugiò nel convento per evitare distrazioni varie, spesso amorose. D’Annunzio tuttavia già dal 1882 frequentava la riviera francavillese, come dimostrò nella raccolta poetica Canto novo, narrando gli amori con Elda Zucconi. La “Villa Schifanoia” è un luogo immaginario francavillese, dove d’Annunzio ambienta una parte de Il piacere, nel libro II. Guardiagrele: borgo antico, la Collegiata di Santa Maria Maggiore con le effigi degli antenati del protagonista de Il trionfo della morte, la Majella e il Torrione Orsini. Nel romanzo d’Annunzio si sofferma nella descrizione suggestiva della città, che si affaccia verso la montagna, domandandosi come possa essere una bella città come quella vittima della corruzione delle decadenti classi nobiliari e della superstizione popolare. Da un lato d’Annunzio magnifica l’architettura abruzzese, specialmente la simbolica Cattedrale di pietra, dall’altro non tollera il comportamento ancestrale e quasi animalesco della popolazione. Costa dei Trabocchi: i centri di San Vito Chietino e Fossacesia, con i trabocchi da pesca, l’Abbazia di San Giovanni in Venere e l’eremo dannunziano nella località Portelle.Sempre nel Trionfo della morte, d’Annunzio si sofferma sulla bellezza selvaggia della costa teatina, scrivendo le pagine del soggiorno a san Vito, traendo ispirazione da un’avventura amorosa con Barbara Leoni nel 1899, avendo acquistato una casa presso il cosiddetto “eremo dannunziano”. L’abbazia di Fossacesia è descritta nel romanzo durante un pellegrinaggio religioso verso la vicina Casalbordino, al santuario della Madonna dei Miracoli, dove d’Annunzio ancora una volta mescola il giudizio sulla suggestione naturale e il terrore per il comportamento brutale e animalesco dei pellegrini. Infatti anche il pellegrinaggio a Casalbordino è stato intrapreso da d’Annunzio, descritto nel carteggio con la Leoni, soffermandosi sulla disastrosa condizione fisica e mentale dei pellegrini infermi che andavano a chiedere la grazia alla Madonna. Ortona: il castello aragonese, il Palazzo Farnese, visitato da d’Annunzio con l’amico Francesco Paolo Tosti, e la Cattedrale di San Tommaso Apostolo, dove è descritto un pellegrinaggio nelle Novelle della Pescara. Nei primi anni del '900 d’Annunzio visitò la città, andando a trovare l’amico Francesco Paolo Tosti, e si soffermò nelle sue lettere nel descrivere la suggestione della città affacciata sul mare, considerata da lui stesso la “Perla dell’Adriatico”. Casoli: il borgo e il Castello Ducale Orsini, dove il poeta risiedette con l’amico Pasquale Masciantonio. D’Annunzio e Masciantonio furono molto amici, legati da un carteggio degli anni 1891-1922. D’Annunzio fu ospitato al castello circa nel 1895, quando stava scrivendo il romanzo Le vergini delle rocce. Per ringraziare l’amico, il poeta incise un distico elogiato nella sua stanza da letto. Casalbordino: i trabocchi, e il santuario della Madonna dei Miracoli. Nel carteggio con la Leoni (1889) e nel romanzo Trionfo della morte, d’Annunzio descrisse il macabro pellegrinaggio degli infermi alla Madonna. Lama dei Peligni: il borgo e la Grotta del Cavallone. Stringendo amicizia con l’archeologo Antonio De Nino, d’Annunzio nel 1903 visitò il borgo della Majella e fu suggestionato dalle grotte, dove ambientare la tragedia La figlia di Iorio, confidando ancora sul rapporto ambiguo e ancestrale del popolano abruzzese con la natura. Miglianico: il pellegrinaggio di San Pantaleone nella cattedrale omonima, narrato nelle Novelle della Pescara. Viene descritto uno scontro religioso tra due opposte fazioni e il sacrificio orripilante di un fedele verso il santo patrono, tagliandosi la mano per offrirla in dono. Anversa degli Abruzzi: il castello normanno di Sangro, il borgo di Castrovalva e le gole del Sagittario. Sempre nel 1903 circa, d’Annunzio e De Nino visitarono uno dei luoghi più incontaminati dell’Abruzzo per il difficile accesso. Affascinato dalla leggenda della nobile famiglia De Sangro di Anversa, d’Annunzio scrisse La fiaccola sotto il moggio (1905). Castiglione a Casauria: l’Abbazia di San Clemente a Casauria, visitata con gli amici Masciantonio, Tosti e Michetti, nel primo '900.Altrove Atene, Corinto, Micene nella crociera in Grecia del 1895. D’Annunzio fu affascinato dalle scoperte archeologiche di Schliemann e trasse ispirazione per la tragedia La città morta (1896) Firenze: centro, visitato con la Duse. Settignano: Villa La Capponcina, dove visse con la Duse. D’Annunzio vi scrisse intorno al 1900 il romanzo Il fuoco e il terzo libro delle Laudi dell’Alcyone. Intorno a Firenze, nel centro Italia sostanzialmente, nello stesso periodo il poeta viaggiò per scrivere le parti delle "Città del Silenzio" in Elettra (1903). Roma: Palazzo Zuccari, Piazza di Spagna, Pincio, dove visse con la Leoni. Il palazzo Zuccari specialmente è la sede abitativa del protagonista Andrea Sperelli de Il piacere (1889). Venezia: Piazza San Marco, descritta nel Fuoco. D’Annunzio vi viaggiò intorno al 1900. Napoli: centro, visitato con Masciantonio. Vi pubblicò L’innocente nel 1892. Parigi: centro, dove visse in esilio nel 1912-1914. Arcachon in Gironda (Francia). Buccari, dove compì la “beffa” nel 1918. Quarto dei Mille. Ronchi dei Legionari. Fiume (Croazia), dove il poeta occupò la città nel 1920. Gardone Riviera: Vittoriale degli italiani, dove visse gli ultimi anni dal 1922 al 1938. Opere principali La produzione letteraria di D’Annunzio fu stampata integralmente fra il 1927 e il 1936 da un Istituto nazionale creato appositamente sotto l’egida dello Stato italiano per la pubblicazione della sua Opera Omnia. Il Vate collaborò attivamente alla realizzazione dell’ambizioso progetto, come collaborò alla pubblicazione di un’edizione economica (L’Oleandro) che ricalcava la precedente, realizzata anch’essa quando egli era ancora in vita, fra il 1931 e il 1937. Subito dopo la sua morte e cioè fra il 1939 e il 1942 la Fondazione del Vittoriale degli Italiani provvide a ristampare quasi integralmente la produzione dannunziana: 42 volumi su un totale di 46 (gli ultimi quattro non uscirono per le note vicende belliche che desolarono l’Italia nel 1943). Nel secondo dopoguerra merita una particolare menzione la pregevole edizione dell’Opera Omnia apparsa, a partire dal 1950, nei Classici Contemporanei Italiani di Arnoldo Mondadori Editore. Fra le opere più significative di Gabriele D’Annunzio segnaliamo queste. Primo vere (1879) La prima opera dannunziana fu pubblicata a Chieti, e successivamente a Lanciano dalla Casa editrice Rocco Carabba, con un intelligente espediente: ossia facendosi auto-pubblicità con una presunta morte cadendo da cavallo. L’opera è una raccolta poetica ispirata alle odi di Giosuè Carducci, basata su pezzi di bravura, come traduzioni in metrica barbara di odi di Catullo e Orazio, e celebrazioni paniche della propria terra abruzzese, ancora vergine e selvaggia, mischiando la descrizione a effimere visioni mitiche della mitologia classica. A differenza di Carducci, D’Annunzio già dimostra uno slancio vitale più esteso, nonché sensuale, tipico dello scrittore giovanile, anche se tale slancio sarà presente in quasi tutte le opere dannunziane. Canto novo (1882) La seconda raccolta poetica ha due versioni, la prima dell’82, e la seconda, più ridotta, del 1896, epurata da sbavature troppo classicheggianti e carducciane. Le 63 liriche sono ugualmente sonetti ispirati a Carducci, divisi in 4 libri, in cui si racconta l’amore di D’Annunzio per Elda Zuczoni, vissuto sulla spiaggia di Francavilla al Mare. Gabriele D’Annunzio esprime già col titolo una nuova forma di poetica, nata come ibrido dall’ode classica italiana (barbara) usata da Giosuè Carducci e dal desiderio irrefrenabile della gaiezza giovanile. Mentre Carducci nelle odi tenta il recupero della potenza letteraria italiana con riecheggi ai classici, d’Annunzio aggiunge la sua esperienza personale di giovane innamorato, inserendo il suo rapporto amoroso con Lalla in un bozzetto abruzzese, ambientato sulla spiaggia selvaggia di Francavilla al Mare. Questa volta i prestiti, o calchi", non sono più dagli autori latini, ma dai lirici greci, come Alceo, Pindaro e Anacreonte. Intermezzo di rime (1883) Pubblicate queste poesie a Roma da Sommaruga editore nel 1883, l’opera poetica segna un distacco dalla vita giovanile abruzzese. D’Annunzio abbandona la metrica barbara carducciana per rifarsi alla sperimentazione di un sistema proprio, che già preclude l’uso di uno stile “decadentista”, che gli viene ispirato dalla frequentazione dei salotti romani. Anche l’ingenua sensualità giovanile è abbandonata per passare alla pittura di scene di amori più nitide e spinte. Il libro delle vergini– San Pantaleone (1884-86) Le due raccolte di novelle furono pubblicate a Roma da Sommaruga Editore, e riguardano l’approccio dannunziano al naturalismo e al verismo di Giovanni Verga, dalla sua raccolta di Vita dei campi. Tuttavia D’Annunzio non seppe abbracciare completamente la corrente siciliana, poiché trasgredì alle regole della forme inerente al soggetto alla descrizione mediante la narrazione indiretta, intervenendo spesso con commenti personali, adottando uno stile medio-alto, e facendo parlare i protagonisti nel dialetto abruzzese. Le storie della prima raccolta delle vergini, in tutto quattro, rispondono al modello di una conciliazione tra stile elevato della nobiltà romana nel periodo decadentista e le vicende amorose di nobildonne e semplici contadine dalla campagna pescarese dell’Abruzzo. La seconda raccolta, più variegata, è un insieme di bozzetti di stampo verghiano, in cui D’Annunzio tratteggia le brutture e le sventure di poveri individui del villaggio marinaro di Portanuova (la vecchia Pescara), in lotta con Castellammare Adriatico. La natura dominante abruzzese, incolta e sovrana, sembra decidere, con carestie, mareggiate e nevicate, le sorti dei protagonisti, votati alla sofferenza e all’autodistruzione non solo per catastrofi naturali, ma anche per la loro natura barbara, come ad esempio la superstizione religiosa e l’ignoranza bestiale con gli istinti animaleschi del sesso e della fame. Il piacere (1889) Primo romanzo dannunziano, e primo capitolo della trilogia dei Romanzi della Rosa, l’opera ha una trama molto semplice. La vicenda, suddivisa in quattro libri, si svolge nel 1886 a Roma, con l’inizio di un flashback dell’abbandono tra il conte Andrea Sperelli ed Elena Muti. Infatti Andrea, nobile abruzzese, dandy dell’alta società romana amante della letteratura decadentista, incontra la nobildonna Elena Muti e se ne innamora perdutamente, nonostante lei sia sposata. A questo punto è inevitabile uno scontro all’arma bianca tra Andrea e il rivale, e il protagonista, ferito, è portato in convalescenza a Francavilla al Mare, nella “villa Schifanoia”, dove redige un diario personale, componendo anche pezzi di bravura di poesia decadentista; inoltre conosce una lontana cugina, Maria Ferres, di cui si innamora. Comincia allora un rapporto complicato tra Maria ed Elena, considerata la prima fèmme fatale dell’eroe dannunziano, fino alla perdita di entrambe. Il romanzo è il capostipite in prosa italiana del decadentismo; D’Annunzio per la composizione si ispirò a vari autori stranieri, come Charles Baudelaire, Théophile Gautier, l’estetica preraffaellita elaborata dai critici del giornale Cronaca bizantina, e Goethe, si aggiunsero dunque quelle provenienti dalla nuova fonte di ispirazione francese, come Gustave Flaubert, Guy de Maupassant, Émile Zola, ma anche Percy Bysshe Shelley, Oscar Wilde e forse la lettura di À rebours di Joris Karl Huysmans.La particolarità dello stile consiste nel riempire la narrazione, di per sé semplice, di citazioni dotte sia di autori classici, greci e latini, di musica classica i cui rappresentanti Mozart e Beethoven, e l’alternanza in prosimetro di prosa e poesia. L’innocente (1892) Il secondo romanzo della Trilogia della Rosa, si discosta abbastanza dalla prosa decadentista fluente del Piacere. Il protagonista è il principe Tullio Hermil, sposato con Giuliana e affiliato. Apparentemente sembra che la tranquilla vita familiare abbia il suo regolare corso. Tuttavia la donna lo tradisce con lo scrittore Filippo Arborio, di cui rimane incinta, e partorisce un maschio. Dato che Filippo si ritira, Tullio è costretto a vivere con il terzo figlio “non suo”, verso cui matura un odio incontrollabile, lasciandolo morire di freddo, fuori la finestra, la notte di Natale. L’opera, più che essere ispirata al decadentismo, è tratta da uno studio dannunziano del tema dell’"evangelismo russo" presente in Tolstoj e Dostoevskij, convertendolo tuttavia nello slancio vitale della coprotagonista Giuliana, e nella caratterizzazione negativa tipica della femme fatale. Poema paradisiaco (1893) Si tratta di una composizione in cui D’Annunzio inizia a mescolare decadentismo e crepuscolarismo, distaccandosi dallo slancio vitale iniziale della corrente intellettuale. Il poema dannunziano è anche una parabola di conversione verso uno stile di vita casto e frugale, quasi francescano. Il protagonista infatti è un uomo soggetto alla prigione dei sensi, sedotto da figure insidiose e enigmatiche: le larve. Soltanto il ritorno del protagonista nel rassicurante orticello di casa, mantenuto con modestia e lavoro sarà la sua ancora di salvezza, proprio qui infatti avverrà la sua purificazione. Il protagonista riesce quindi a raggiungere un traguardo di salvezza adottando uno stile di vita in perfetta antitesi rispetto allo stesso D’Annunzio. Il trionfo della morte (1894) Il terzo romanzo della Trilogia della Rosa fu iniziato nel 1889 col titolo L’invincibile, e poi abbandonato per la stesura del Giovanni Episcopo (1892), sempre ispirato all’evangelismo russo dostoevskiano. Sempre nell’89 D’Annunzio, soggiornando a Francavilla al Mare, nel Convento Michetti dell’amico Francesco Paolo Michetti, compì un viaggio a San Vito Chietino, sulla costa dei Trabocchi, con l’amante Barbara Leoni, scoprendo nella lettura del Così parlò Zarathustra il fenomeno del superuomo. Affascinato dallo slancio vitale della "volontà di potenza" nietzschiana, D’Annunzio approfondì la sua ricerca dell’Abruzzo selvaggio, molto più approfondita rispetto ai bozzetti pescaresi, e si diresse a un pellegrinaggio religioso al santuario di Casalbordino, rimanendo profondamente colpito e scandalizzato dall’estrema disperazione dei pellegrini, che si sottoponevano ad ogni forma di umiliazione, nelle loro condizioni già disastrate pur di ottenere una grazia. La storia è quella del principe Giorgio Aurispa, nobile di Guardiagrele, il cui blasone è fieramente posto nell’araldica della Cattedrale della città. Dopo aver assistito al suicidio di uno sconosciuto a Roma, è richiamato in Abruzzo dalla famiglia, in forte dissesto economico, per la morte dello zio Demetrio. Giorgio ha perso l’unico punto di riferimento della famiglia, poiché tutti i membri sono descritti come gente infida e crudele, specialmente il padre di Giorgio, che ha abbandonato tutti per vivere in dissolutezza con una prostituta. Giorgio si rende conto che non c’è più niente per lui lì, e si ritira in una villa sulla costa di San Vito, chiamando l’amante Ippolita Sanzio per avere più conforto. Mentre Giorgio rimane schivo e disgustato dalla vita povera e semplice degli abruzzesi, dominati dalla natura, Ippolita rimane molto affascinata dalle usanze locali, anche se barbare, come ad esempio il tentativo di una madre di scacciare il demonio dal figlio neonato ammalato, credendo fosse posseduto. Intanto Giorgio scopre Nietzsche nella lettura dello Zarathustra e crede di aver conquistato il metodo per fronteggiare l’ostilità della natura, ma dopo un pellegrinaggio con Ippolita al santuario di Casalbordino, vedendo la sofferenza inguaribile dei pellegrini e la miseria più totale, decide di distruggere tutti i suoi sogni con Ippolita, anche perché la vede come una “nemica”, poiché affascinata anche da quella visione terribile. Le vergini delle rocce (1895) Il romanzo avrebbe dovuto far parte di una trilogia del Giglio, che non fu mai ultimata. La storia è molto semplice: Claudio Cantelmo, uno degli ultimi esponenti del casato abruzzese della Majella, vorrebbe avere un erede, poiché lui, avendo raggiunto il perfetto equilibrio con l’ideale del “superuomo”, potrà avere un degno erede che potrà dominare sia al livello politico che intellettuale su Roma. Il tentativo però fallisce quando Claudio tenta l’approccio con tre sorelle aristocratiche, che sembrano essere l’incarnazione di un’opposizione divina al suo progetto: la seconda di esse è in procinto di prendere i voti, mentre la terza, che lo rifiuta per occuparsi dei propri familiari, lo indirizza verso la prima. Il romanzo però si conclude senza rivelare la decisione del protagonista. La città morta (1898) Si tratta di una delle prime tragedie dannunziane, composta assieme al Sogno di un mattino di primavera nel 1896 e al Sogno di un tramonto d’autunno del 1897. La storia fu ispirata agli scavi archeologici in Grecia di Heinrich Schliemann, effettuati una ventina d’anni prima; è molto semplice, e tratta le vicende di un gruppo italiano di archeologi che stanno effettuando degli scavi a Micene, con la speranza di scoprire il palazzo della corte di Agamennone. Su questa possibile speranza, mescolata a passioni e riecheggi della cultura classica, con la lettura dell’Antigone di Sofocle ad esempio, i protagonisti attendono l’avvento finale. Le due donne protagoniste Anna e Bianca Maria attendono le scoperte di Alessandro archeologo, anche se però Anna, rimasta cieca da un trauma, ha una relazione clandestina con Leonardo, migliore amico di Alessandro, e nel rimorso si suicida nelle gole dello scavo archeologico. La Gioconda (1898) La tragedia è un compendio dei due Sogni dannunziani, realizzata come giustificazione della pratica del piacere da parte del superuomo dannunziano. Nella storia, molto vaga, la vicenda è altalenante tra tragedia vera e propria e dramma borghese. Lo scultore Lucio Settala è in grave crisi esistenziale, e preferirebbe inscenare il suicidio piuttosto che abbandonarsi a disprezzare la perdita della vena artistica. Dopo un tentativo di suicidio, in cui però perisce la moglie Silvia Settala, interviene l’amante di Lucio, Gioconda Dianti, che nel suo monologo dimostra la superiorità del Bene e del Male, ispirati all’opera nietzschiana, ergendosi a guida del disperato Lucio. Il fuoco (1900) Concepito come primo capitolo della Trilogia del Melograno, mai compiuta, il romanzo ha una storia molto semplice, divisa in due sezioni. Il protagonista è l’artista nobile Stelio Effrena che, con la sua amante la Foscarina, definita Perdita con un’accezione da comportamento da padrone, passeggia per i canali di Venezia, la Città del Silenzio, conversando d’arte con i suoi amici intellettuali e nobili. Stelio, tenendo un discorso nel Palazzo dei Dogi in Piazza San Marco, dichiara il suo amore per il passato, sperando in un ritorno dell’antica nobiltà veneziana e un nuovo splendore culturale. Dopo aver fatto l’amore con la Foscarina, Stelio capisce che grazie a lei, attrice di teatro, è riuscito a scoprire la passione per il teatro, e ad avere lo stimolo giusto per tentare l’approccio al genere teatrale, rinnovandolo profondamente e radicalmente con la sua tecnica del superuomo, attingendo agli spiriti guida nietzschiani de La nascita della tragedia. Dunque, non appena muore il compositore Richard Wagner, in vacanza a Venezia, profondamente amato da Stelio perché giudicato il simbolo della rinascita musicale classica, il protagonista abbandona la sua amante, e partecipa al funerale della celebrità. Il protagonista è proiettato verso un’esperienza onirica di chiaroveggenza, con richiami ai tragici classici, soprattutto a Dante Alighieri e al suo rapporto con Beatrice. Riguardo allo stile, l’accrescimento della passione è descritto con equilibrio nella prima parte del libro, fino a raggiungere l’apogeo della passione, per poi svanire completamente nella seconda parte. Il desiderio simbolico di affermazione nella società letteraria per il protagonista, consiste nel creare una tragedia nuova che sappia contenere la vitalità dei classici, e ciò Stelio tenta di capirlo dall’esperienza teatrale della Foscarina. In seguito alla morte di Richard Wagner tale assimilazione sarà completata, e il rapporto di sopraffazione vedrà l’abbandono dell’amata da parte del protagonista. Le novelle della Pescara (1902) La raccolta fu edita da Mondadori Editore nel 1902, frutto di una rielaborazione di D’Annunzio di altre tre raccolte pubblicate in precedenza, ossia: Terra vergine (1882): composta da una decina di bozzetti in prosa di stampo verista, che stanno a descrivere la semplice vita rurale abruzzese della cittadina provinciale di Pescara Portanuova, in rivalità con il comune alla foce di Castellammare Adriatico, e dei luoghi attorno di Spoltore, Francavilla al Mare e Ortona. La tempra con cui i personaggi di bassa estrazione sociale sono descritti è vigorosa, selvaggia, e piena di elementi quasi animaleschi, sulla scia del naturalismo di Giovanni Verga in Vita dei campi. Le varie vicende riguardano poveri pazzi, pescatori senza futuro o bambini ammalati, che in ciascun quadretto tentano come possono di cambiare la loro vita, non riuscendoci perché fortemente legati ai loro istinti di brutalità, sesso e fame; tali istinti li porteranno quasi sempre a una fine indecorosa. Il libro delle vergini (1884): la raccolta comprende 4 novelle di stampo decadentista, molto diverse dalla Terra vergine. Le storie sono più raccolte, ambientate ugualmente in Abruzzo, descritto come selvaggio e primitivo, ma in perfetto equilibrio con le proprie peculiarità ancestrali. L’esperimento dannunziano consiste nella caratterizzazione di tali personaggi sull’impronta degli amori clandestini e sofferti nella Roma decadente di fine '800, con relazioni impossibili, effimere, e distruttrici, mescolate alle credenze e alle regole legate alla fede cristiana della popolazione abruzzese. San Pantaleone (1886): questa raccolta di 17 novelle è la più variegata, dove D’Annunzio riprende lo stile del naturalismo, epurandolo tuttavia da sbavature classicheggianti e descrizioni futili, concentrandosi principalmente sull’introspezione dei personaggi, e sulla descrizione per particolari della materia sia fisica dell’uomo, che dell’ambiente che lo circonda. Vari esempi sono l’insistenza sulle piaghe e le malattie dei protagonisti, con la descrizione quasi analitica da un punto di vista medico delle pustole e bubboni, dall’altra della vegetazione che ricopre i manti d’erba, le acque dei fiumi e le montagne del territorio abruzzese. I vari bozzetti sono più concentrati sulle credenze popolari dei poveri abruzzesi, che li portano a gesti estremi e folli, pur di ricevere la salvezza e la grazia. Un esempio è la novella di San Pantaleone, in cui D’Annunzio descrive una furibonda lotta tra due opposte fazioni, veneranti due santi patroni nel comune di Miglianico (CH). Dalla colluttazione escono dei morti, e il giorno della festa patronale del santo, nella chiesa parrocchiale, un povero folle di taglia una mano per offrirla in sacrificio alla statua, pur di ottenere una grazia.D’Annunzio fu fortemente influenzato, pur componendo episodi di fantasia, dalla reale situazione della città di Pescara, durante l’800. La città di Pescara nel 1863 circa risultava divisa in due tronconi, il rione Portanuova dove nacque D’Annunzio, legato al controllo del bagno penale, rimasuglio dell’imponente fortino del Pescara (XVI sec), e il comune dall’altra parte del fiume di Castellammare Adriatico, presso la foce del Porto Canale. La rivalità tra i due centri ebbe l’acume nel 1807, con la separazione dei comuni, e la successiva guerra per il passaggio delle merci sul ponte di ferro, descritto da D’Annunzio nella novella La guerra del ponte.Varie altre storie legate alla seppur mondana vita pescarese di baroni in decadenza, e poveracci pescatori, sono ugualmente ispirate alla vita locale, prima della riforma di Benito Mussolini del piano regolatore nel 1927, dopo la fusione dei due comuni e l’istituzione della provincia. Come detto, il poeta si ispirò al naturalismo verghiano, anche se non riuscì mai a raggiungere i canoni della “forma inerente al soggetto”, dell’insistenza nella narrazione di un particolare “vinto” a simbolo di tutto il mondo abruzzese, come per Verga con la Sicilia; e inoltre D’Annunzio non assunse mai la tecnica impersonale della narrazione, adottando inoltre l’uso del dialetto, cosa non accettata da Verga. Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi (1903) Il progetto dannunziano della riforma dello stile e della poesia italiana, sotto l’aspetto del decadentismo e del superomismo, fu quello delle Laudi, concepite come un gruppo di sette libri ispirati ai nomi delle Pleiadi: Maia, Elettra, Alcyone, Merope, Asterope, Taigete e Celeno. La critica è concorde che il primo blocco poetico del 1903 sia il migliore dal punto di vista stilistico, composto dalla triade Maia-Elettra-Alcyone, mentre le altre due raccolte di Merope (1915) e Asterope (1933, col titolo Canti della guerra latina) mostrano una vena poetica più bassa e scarsa. Maia– Laus vitae: il primo libro è una sorta di poema in cui il protagonista D’Annunzio, come un moderno “ulisside”, sia avvia alla scoperta dello stile ideale e perfetto, ispirato sia agli antichi classici della Grecia, che all’ispirazione stessa da parte divina. D’Annunzio ripercorre una sorta di viaggio a ritroso per trovare lo stile ideale, narrando con slancio la potenza e la bellezza della vita, e di godere delle sue gioie attraverso i sensi. Il motivo di contorno del personaggio “ulissiaco” fu ispirato al poeta dal viaggio in Grecia nel 1895 sulla nave di Edoardo Scarfoglio. Elettra: il libro si suddivide in due sezioni, la prima in cui D’Annunzio auspica un ritorno dell’Italia ai grandi fasti, mediante la guerra e il colonialismo, come stava accadendo nell’epoca dell’imperialismo europeo. Dopo le celebrazioni a Dante Alighieri come maestro della lingua e a Giuseppe Garibaldi come unificatore del Regno, D’Annunzio passa al secondo blocco della raccolta, elencando varie città simboliche italiane da lui visitate, con un grande passato storico, e un presente da riscattare. Alcyone: la terza raccolta è considerata la migliore dal punto di vista stilistico. D’Annunzio narra le sue esperienze in Toscana con Eleonora Duse, nella villa di Settignano, durante l’estate e l’autunno del 1902. Le varie liriche sono divise secondo un ordine, separate da 4 ditirambi poetici, dedicati a una divinità. Nel libro D’Annunzio si confronta nuovamente con il suo bagaglio culturale di stampo prettamente classico, dalla lirica greca di Saffo, Alceo, Anacreonte a quella latina di Virgilio, Orazio e Catullo, esprimendo il proprio slancio vitale durante la calura estiva, unendosi panicamente e simbolicamente con la natura e ciò che lo circonda. Un esempio è il componimento de La pioggia nel pineto, scritta con il ritmo di una canzone a ritornelli. Della sezione autunnale invece è famosa I pastori, in cui D’Annunzio ricorda la sua gioventù abruzzese, quando si praticava la tradizione della transumanza, in cui i pastori partono dalle montagne, lungo il tratturo, per giungere in Puglia. La figlia di Iorio (1904) La tragedia fu un punto d’approdo della produzione teatrale dannunziana, poiché motivata dalla terza riscoperta del poeta, dell’Abruzzo pastorale selvaggio, con cui fondere simbolicamente una storia di matrice sia decadente che superomista, con il protagonista tipo della fèmme fatale. Nella storia, ambientata nella montagna della Majella, la giovane Mila di Codro è accusata ingiustamente di stregoneria, irrompendo nella casa dove si stanno per celebrare le nozze di Aligi e di una fanciulla, che ha scelto per lui il padre Lazaro di Roio del Sangro. Aligi rimane incantato da Mila, e decide di rinunciare al matrimonio, e di nascondersi nella Grotta del Cavallone. Il padre Lazaro ha un accesso d’ira, anche perché pure lui rimane stregato dalla bellezza di Mila, e in una colluttazione rimane ucciso dal figlio, che parte per Roma, per chiedere l’indulgenza papale. Nel frattempo però Mila viene catturata dai paesani e bruciata. Si tratta di una creazione, insomma, votata al legame divenuto ora saldo tra Abruzzo e lo spirito dannunziano, le cui caratteristiche base della tragedia classica si fondono perfettamente con le vicende di estremismo vitale della popolazione montana locale, poiché votate all’unione contraddittoria e ancestrale tra passione dionisiaca pagana del culto della natura, e ai dogmi indissolubili della fede cattolica. La fiaccola sotto il moggio (1905) Seconda principale tragedia abruzzese del poeta, fu ispirata da un viaggio ad Anversa degli Abruzzi con il filologo sulmonese Antonio De Nino, il quale compiva ricerche sulla storia del Castello Normanno, appartenuto alla nobile storica famiglia De Sangro. D’Annunzio la definì come la "più perfetta tra le sue tragedie"La vicenda riguarda ancora una volta la presenza di una protagonista “superfemmina” dannunziana, ossia la principessa Gigliola, una delle ultime eredi della disgraziata famiglia Sangro, che vive nel castello del borgo medievale, semi-diroccato. La madre è morta, e il padre preferisce sollazzarsi con una strega di Luco dei Marsi, chiamata “Angizia”, in riferimento alla dea pagana dei Marsi venerata con i serpenti. Ogni membro della famiglia sembra non poter aiutare Gigliola, o per malattia mentale, o per disinteresse, finché una notte, Gigliola, andando alla tomba della madre, non ha un sogno in cui è spinta e vendicare l’affronto del padre alla famiglia. Tuttavia tale vendetta comporterà anche il sacrificio fisico di Gigliola, e nella perpetuazione dell’atto, il castello antico con un ultimo sussulto crolla su sé stesso, come a simboleggiare la rovina totale della famiglia nobile, e catarsi finale dei protagonisti. La nave (1908) La tragedia è considerata l’ultima famosa del poeta, incentrata sul tema chiave dell’imperialismo europeo in Africa e in India. Il protagonista è l’ammiraglio Marco di Venezia, che viene avvicinato da una donna, Basiliola, che vuole vendicarsi dei torti subito alle sue sorelle dall’uomo, che ha le caratteristiche di una sorta di barbablù dannunziano. Basiliola all’inizio sembra riuscire nel suo piano, e lo tradisce anche con il fratello di Marco, risoluta a portare l’uomo alla pazzia, ma costui è votato alla navigazione e al viaggio verso l’ignoto, e decide di intraprendere una spedizione navale di conquista, tutta italiana, nelle terre selvagge. Basiliola, vedendo distrutto il proprio piano, si suicida. Forse che sì, forse che no (1910) Ultimo romanzo dannunziano, è ambientato a Mantova, nel Palazzo Gonzaga, la cui iscrizione forse che sì forse che no, ha dato ispirazione al titolo. Il protagonista è il nobile Paolo Tarsis che vive una relazione amorosa di passione con Isabella. Egli, a differenza degli altri “superuomo dannunziani” ha compreso il cambiamento del tempo, e anziché rifugiarsi nella corrente del decadentismo, cavalca la nuova moda delle macchine, delle automobili e degli aeroplani, abbracciando in parte la corrente del futurismo. Tuttavia la felicità non dura, perché Isabella lo tradisce con il fratello maggiore, in segreto, rinfacciando a Paolo i tradimenti con la giovane Vannina. Quando i nodi vengono al pettine, Vannina per la disperazione si suicida, e così Paolo tenta un suicidio con un’azione disperata, arrivare con il proprio aereo in Sardegna e tornare in Italia. L’impresa riesce, e Paolo viene acclamato come un eroe. Notturno (1921) Il componimento poetico, diviso in tre parti, fu pubblicato una prima volta nel 1916, e successivamente in versione definitiva nel 1921. L’opera trae ispirazione dalla partecipazione dannunziana nella Grande guerra, evocata per ricordi e annotazioni frettolose, in uno stile crepuscolare, privo delle divagazioni intellettuali decadentiste, scarno e secco. Il poeta infatti, nel 1916, rimase ferito a un occhio, costretto all’immobilità bendato, e volle registrare l’esperienza bellica narrando le sue vicende da poeta-soldato protagonista nel conflitto mondiale. Uno dei momenti più lirici e intensi dell’opera è la descrizione della visita al cadavere dell’amico Giuseppe Garrassini Garbarino, morto in guerra. Il libro segreto di Gabriele D’Annunzio (1935) Noto anche come Cento e cento e cento e cento pagine del Libro segreto di Gabriele d’Annunzio tentato di morire, è l’ultimo pezzo di bravura dello scrittore, composto come una sorta di diario memoriale, alternando lo stile da prosimetro al puramente lirico. Il titolo allude al preciso numero del 400 delle pagine della composizione, mentre l’allusione alla morte riguarda sia il misterioso fatto accaduto nel Vittoriale degli italiani nel 1922, quando D’Annunzio cadde dalla finestra, rischiando la vita (presentato nell’opera come un tentativo di suicidio), sia invece il terrore del poeta della presenza della vecchiaia invincibile, e l’avvicinarsi costante della fine della sua vita. In due sezioni, D’Annunzio rievoca i tempi della gioventù abruzzese e toscana, quando, a suo dire, sembrava che fosse votato per natura e volere divino a una vita avventurosa e mondana, benché avrebbe potuto anche evitare la sua fama, e trascorrere un’esistenza semplice e comune. La seconda parte invece riguarda più riflessioni sulla morte e il tempo che passa, dimostrando di esser stato valente anche nella primitiva vecchiaia durante la Grande guerra, nell’impresa di Fiume nel 1920, e nella beffa di Buccari nel 1918, sconfiggendo dunque la morte mediante il ricordo come poeta vate. Estetismo e pensiero dannunziano Le fonti dell’immaginario dannunziano Il mondo letterario francese Alcune volte la fortuna di cui un autore gode è il frutto di scelte consapevoli, di una capacità strategica di collocarsi nel centro di un sistema culturale che possa garantirgli le migliori opportunità che il suo tempo ha da offrirgli. D’Annunzio aveva cominciato a “immaginarsi” poeta leggendo Giosuè Carducci negli anni del liceo; ma la sua sensibilità per la trasgressione e il successo dal 1885 lo portò ad abbandonare un modello come quello carducciano, già provinciale e superato in confronto a quanto si scriveva e si dibatteva in Francia, culla delle più avanzate correnti di avanguardia– Decadentismo e Simbolismo. Il suo giornale gli assicurava l’arrivo di tutte le riviste letterarie parigine, e attraverso i dibattiti e le recensioni in esse contenuti, D’Annunzio poté programmare le proprie letture cogliendo i momenti culminanti dell’evoluzione letteraria del tempo.Fu così che conobbe Théophile Gautier, Guy de Maupassant, Max Nordau e soprattutto Joris Karl Huysmans, il cui romanzo À rebours costituì il manifesto europeo dell’estetismo decadente. In un senso più generale, le scelte di D’Annunzio furono condizionate da un utilitarismo che lo spinse non verso ciò che poteva rappresentare un modello di valore “alto”, ideale, assoluto, ma verso ciò che si prestava a un riuso immediato e spregiudicato, alla luce di quelli che erano i suoi obiettivi di successo economico e mondano. La filosofia tedesca e il vitalismo D’Annunzio non esitava a “saccheggiare” ciò che colpiva la sua immaginazione e che conteneva quegli elementi utili a soddisfare il gusto borghese e insieme elitario del “suo pubblico”. D’altronde, a dimostrazione del carattere unitario del “mondo dannunziano”, è significativo il fatto che egli usò nello stesso modo anche il pensiero filosofico, soprattutto tedesco.Fra i filosofi contemporanei più letti in Europa negli anni 1880 e 1890 furono senza dubbio Schopenhauer e Nietzsche. Da quest’ultimo soprattutto lo scrittore trasse alcuni importanti spunti e motivi per nutrire un universo di sentimenti e valori che appartenevano già a lui da sempre, e continente agitato da venti di crisi nazionalistiche, preannunzio della Grande guerra. Molto si è discusso su un preteso stravolgimento della filosofia nietzschiana da parte di D’Annunzio, ma tali elucubrazioni in realtà non hanno ragione di essere. La scoperta di Nietzsche da parte del poeta abruzzese non avviene infatti sul piano ideologico, ma si configura come una suggestione letteraria. Le preoccupazioni del Vate erano infatti di indole artistica, non filosofica. D’altra parte il pensiero di Nietzsche, pur essendo stato talvolta oggetto di una generica adesione da parte di D’Annunzio, non fu mai sviluppato organicamente nelle creazioni del Vate che oltretutto non ebbe mai la pretesa di interpretarlo.In particolare, la rielaborazione della figura del superuomo da parte di D’Annunzio avviene secondo una visione personale e una sensibilità che non sono quelle del filosofo tedesco. I raffinati esteti che popolano i romanzi dannunziani sono ben lontani dall’oltreuomo nietzschiano che raggiunge una conoscenza superiore perseguendo un cammino personale e una dura disciplina di vita. D’Annunzio, nonostante si fosse dichiarato ateo in gioventù, era affascinato dalle varie culture religiose, sia dal paganesimo sia dal cristianesimo (in particolare dal francescanesimo) fino all’occultismo e al panteismo, interpretate in un modo personalissimo, e non mutuò quindi da Nietzsche gli aspetti di nichilismo derivati dal concetto della morte di Dio, proclamata dal tedesco; adottata una visione agnostica in campo religioso, come quella del collega Pascoli, probabilmente si riavvicinò alla fede negli ultimi anni di vita. Da ciò il suo panismo e il suo vitalismo, che permea tutta la sua opera: la pulsione vitale e sensuale che spinge l’esteta-superuomo alla conoscenza piena e alla fusione nel mondo e nella natura. I nuovi modelli narrativi La scelta di nuovi modelli narrativi e soprattutto linguistici – elemento questo fondamentale nella produzione dannunziana – comportò anche, e forse soprattutto, l’attenzione verso nuove ideologie. Ciò favorì lo spostamento del significato educativo e formativo che la cultura positivista aveva attribuito alla figura dello scienziato verso quella dell’artista, diventato il vero “uomo rappresentativo” di fine Ottocento– primo Novecento: "è più l’artista che fonde i termini che sembrano escludersi: sintetizzare il suo tempo, non fermarsi alla formula, ma creare la vita". L’amore per la Duse Spregiudicatezza e narcisismo, slanci sentimentali e atteggiamenti dettati da puro calcolo furono alla base anche dei rapporti di D’Annunzio con le numerose donne della sua vita. Quella che sicuramente più di ogni altra rappresentò per lo scrittore un nodo intricato di affetti, pulsioni e di artificiose opportunità fu Eleonora Duse, l’attrice di fama internazionale con cui egli si legò dal 1898 al 1901. Non c’è dubbio infatti che a questo nuovo legame debba essere fatto risalire il suo nuovo interesse verso il teatro e la produzione drammaturgica in prosa (Sogno di un mattino di primavera, La città morta, Sogno di un tramonto D’Autunno, La Gioconda, La gloria) e in versi (Francesca da Rimini, La figlia di Iorio, La fiaccola sotto il moggio, La nave e Fedra). In quegli stessi anni, la terra toscana ispirò al poeta la vita del “signore del Rinascimento fra cani, cavalli e belli arredi”, e una produzione letteraria che rappresenta il punto più alto raggiunto da D’Annunzio nel repertorio poetico. Poetica Il percorso poetico di D’Annunzio, cominciato precocemente con Primo vere (1879), raccolta non priva di interesse e che si ispira all’opera carducciana, trova una sua prima autonomia espressiva in Canto novo, dove già si iniziano chiaramente a delineare alcune componenti essenziali della sua arte: la capacità di assimilare e rielaborare in forme del tutto personali le suggestioni e gli stimoli più svariati, provenienti sia dalla storia e dalla mitologia sia dalle correnti letterarie e filosofiche contemporanee; una visione vitalistica e sensuale della realtà di matrice classica o classicheggiante; l’elaborazione di un linguaggio il cui splendore e preziosità suggestiona e seduce ed è esso stesso parte integrante di un mondo poetico espresso da una sensibilità squisita e raffinata. Tali componenti saranno ulteriormente sviluppate e approfondite nelle raccolte poetiche successive e in particolare nelle Elegie romane (1892), caratterizzate da un gusto eclettico di matrice decadentista in cui traspaiono gli echi più eterogenei, da Ovidio a Dante e Petrarca, da Goethe (che qui costituisce il modello per D’Annunzio sotto il profilo metrico) a Algernon Swinburne. Nel 1903 vennero pubblicati i primi tre libri delle Laudi, che secondo molti critici costituiscono il momento più alto dell’arte dannunziana e forse l’opera in versi più celebre e celebrata di D’Annunzio. In particolare nell’Alcyone, si riflettono i momenti più felici della sua panica immersione nelle atmosfere dell’antichità classica (Ditirambi, L’oleandro), in quelle della sua terra di origine, l’Abruzzo (I Pastori) e, soprattutto, nei paesaggi toscani del Valdarno (Bocca d’Arno), del Pisano e della Versilia (La pioggia nel pineto). Ai consueti stimoli letterari (Ovidio, Dante, Carducci, i simbolisti, ecc.) e filosofici (in primo luogo Nietzsche) si aggiungono nell’Alcyone i sussidi derivanti da letture più tecniche (dal dizionario botanico di Caruel ai trattati di agricoltura del Palladio) che fanno della raccolta un unicum nel panorama poetico del Novecento europeo. Per taluni critici l’Alcyone comincia ad aprire la strada a un altro capolavoro assoluto del D’Annunzio maturo: il Notturno. Fondamentale nell’Alcyone è la musicalità della lirica dannunziana, con l’ampio uso di parole onomatopeiche, come ne La pioggia nel pineto: D’Annunzio e Giovanni Pascoli, l’altro grande poeta del Decadentismo italiano, si conoscevano personalmente, e, benché caratterialmente e artisticamente molto diversi, il Vate stimava il collega e recensì positivamente le liriche pascoliane; Pascoli, dal canto suo, considerava D’Annunzio come il suo fratello minore e maggiore. Alla morte del Pascoli (1912) D’Annunzio gli dedicò l’opera Contemplazione della morte. La narrativa dannunziana Le giovanili Novelle della Pescara si ispirano al Verga pur presentando la propria gente abruzzese in uno stile barbaramente violento.D’Annunzio raggruppò i suoi romanzi in tre cicli: i “'romanzi della rosa”' (Il Piacere, L’innocente, Il trionfo della morte), che rappresentano lo sforzo per vincere la sensualità di fronte alla quale però cedono i protagonisti (rispettivamente Andrea Sperelli, artista raffinato vinto dall’amore per Elena Muti; Tullio Hermil che, nonostante la pietà umana, farà morire l’innocente nato da una relazione con la moglie; Giorgio Aurispa dominato dalla lussuria); i “romanzi del giglio”, che rappresentano la purificazione dalla passione: scrisse solo Le vergini delle rocce, il cui protagonista, Claudio Cantelmo, è incerto fra tre fanciulle, quale sarà degna di generare il superuomo futuro rigeneratore della stirpe latina; i “romanzi del melograno”, simbolo della rinata volontà: scrisse solo Il fuoco, in cui il protagonista Stelio Effrena riceve dalla giovane Foscarina l’ispirazione per la sua opera teatrale.La struttura “ciclica” dei romanzi fu ideata anche da altri scrittori ottocenteschi, per esempio Honoré de Balzac (i “cicli” de La Commedia umana); Verga (Ciclo dei Vinti); Fogazzaro (tetralogia: Piccolo mondo antico, Piccolo mondo moderno, Il santo, Leila); Émile Zola (I Rougon-Macquart; Tre città; I quattro evangeli). Estranei ai tre cicli sono il romanzo Giovanni Episcopo, che risente dello psicologismo della narrativa russa (in particolare Fëdor Dostoevskij), e Forse che sì forse che no, che esalta il mito eroico dell’aviazione. Oratoria politica Negli anni immediatamente precedenti il Primo conflitto mondiale, nella mentalità collettiva e negli ambienti culturali di tutta l’Europa si affermò un diffuso atteggiamento ottimistico e di esaltazione, non di rado accompagnato da contenuti politico-ideologici. Questo stato d’animo generale, legato al clima culturale della Belle Époque d’inizio secolo, fu poi ribattezzato Superomismo, sulla base di una lettura personale dei testi di Nietzsche; tutt’oggi il dibattito su quest’argomento non è ancora concluso. D’Annunzio intuì lo smisurato potere che si può trarre dai mezzi di comunicazione di massa e compartecipò a questo fenomeno fino a divenirne uno dei maggiori propugnatori.Il piacere fisico e gestuale della parola ricercata, della sonorità fine a sé stessa, della materialità del suono proposta come aspetto della sensualità, aveva già caratterizzato la poetica delle Laudi; ma con le opere teatrali egli aveva maturato uno stile il cui scopo era conquistare fisicamente il pubblico in un rapporto sempre più diretto e meno letterario. Facendo leva sul mito di Roma e su una vasta mitologia nazionale post-risorgimentale, creò un modulo retorico dall’aspetto al contempo combattivo ed elitario: l’abbandono della prosa letteraria e l’immersione nel rito collettivo della guerra si presentò come un tentativo di conquistare la folla, da un lato per dominarla dall’altro per annullarsi in essa, nell’ideale comunione totale tra capo e popolo. E in queste orazioni il popolo prendeva le forme impressionistiche dell’«umanità agglomerata e palpitante», mentre il capo era un re-filosofo, ora riproposto come profeta della patria.La retorica bellica di D’Annunzio trovò un largo consenso nella popolazione, affascinata dal suo carisma e dall’aura di misticità che lo circondava. Egli elaborò in questo modo un immaginario per la propaganda interventista, la quale sarà la premessa e il prototipo della propaganda fascista nel primo dopoguerra. D’Annunzio e la musica Sin dall’infanzia, Gabriele D’Annunzio ebbe un rapporto strettissimo con la musica, tanto da prendere lezioni di pianoforte e contemporaneamente di violino dietro suggerimento del padre. D’Annunzio possedeva un violino prodotto probabilmente da Jakobus Steiner (1617– 1683), uno dei più illustri liutai del Tirolo. Il Vate era più legato a Gasparo da Salò che al sommo Antonio Stradivari. L’amore per Gasparo da Salò e per il violino è rintracciabile anche nelle stanze e nei giardini del Vittoriale. Nella villa di Gardone Riviera c’è una parte del giardino che ha la forma di un violino ed è chiamata giardino delle danze. La stanza della musica, quella che ospitava le esecuzioni intime di Luisa Baccara al pianoforte, recava inizialmente il nome di Camerata di Gasparo, proprio in onore al padre del violino moderno. D’Annunzio sapeva suonare anche la chitarra e spesso trascorreva il pomeriggio con essa. Era un finissimo conoscitore dell’opera musicale: privilegiava il sinfonismo di Ludwig van Beethoven, la poesia pianistica di Fryderyk Chopin e di Robert Schumann, il lirismo di Giuseppe Verdi e non dimenticava mai di prestare attenzione anche ai capolavori e alle innovazioni della sua epoca. Disdegnava la banda di Pescara, da lui definita brigantesca, e frequentava i concerti dei quintetti sgambatiani che Giovanni Sgambati, discepolo di Franz Liszt, teneva a Roma nella Sala Dante, alla presenza della Regina Margherita. Amicizie, collaborazioni e inimicizie Era intimo amico di Francesco Paolo Tosti, il cosiddetto Re della romanza. D’Annunzio fornì a Tosti numerosi testi da musicare. Il più famoso è uno dei capolavori della canzone napoletana: 'A vucchella. Scritta da D’Annunzio nel 1892, in seguito ad una scommessa con Ferdinando Russo al tavolino del Caffè Gambrinus di Napoli, divenne un successo internazionale quando fu cantata da Enrico Caruso. Russo diede il testo a Tosti, che lo musicò, e la celeberrima canzone fu pubblicata da Ricordi nel 1904 con la sua data di composizione. Tra le altre romanze di Tosti, con i versi di D’Annunzio, merita d’esser ricordata anche L’alba separa dalla luce l’ombra, famosissima lirica tratta dalle Quattro canzoni dell’Amaranta. D’Annunzio intuì il valore dell’opera verista, ma fu sempre riluttante nei suoi confronti. Definì Pietro Mascagni il capobanda e scrisse un pamphlet dallo stesso titolo che apparve su Il Mattino di Napoli il 3 settembre 1892. D’Annunzio reclamava un ritorno all’antica musicalità d’origine classica.Divenne amico di Giacomo Puccini e col grande compositore si tentò la collaborazione per comporre due drammi storici: Rosa di Cipro e La crociata dei fanciulli. Il carteggio tra i due, di recente pubblicazione, mostra proprio queste due forze culturali, tutte tese a entrare in contatto per creare un assoluto capolavoro.D’Annunzio legò anche con Arturo Toscanini e memorabile è il concerto che Toscanini tenne con l’orchestra del Teatro alla Scala nel 1920 a Fiume. D’Annunzio scrisse a Toscanini nel giugno di quell’anno: «… Venga a Fiume d’Italia, se può. È qui oggi la più risonante aria del mondo. E l’anima del popolo è sinfoniale come la sua orchestra. I Legionari attendono il Combattente che un giorno condusse il coro guerriero». Toscanini fu accompagnato nella città dannunziana da Leone Sinigaglia e Italo Montemezzi. La città di Fiume era una sorta di città musicale. La musica era la più intima compagna dei cittadini e nello statuto della città v’era scritto: «Excitat auroram», eccita l’alba. D’Annunzio disse ai suoi legionari dopo l’esercitazione del mattino: «Guardatelo, guardategli la mano che tiene lo scettro. Il suo scettro è una bacchetta, leggera come una verga di sambuco; e solleva i grandi flutti dell’orchestra, sprigiona i grandi torrenti dell’armonia, apre le cateratte della grande fiumana, scava le forze dal profondo e le rapisce al sommo, frena i tumulti e li riduce in sussurri, fa la luce e l’ombra, fa il sereno e la tempesta, fa il lutto e il giubilo». Quella stessa sera vi fu il concerto che prevedeva musiche di Beethoven, Giuseppe Verdi (I vespri siciliani), Wagner, Sinigaglia (Suite Piemonte) e di Respighi (Le fontane di Roma). Il legame con Toscanini non terminò dopo l’esperienza di Fiume. Il Vate invitava spesso Toscanini e sua figlia al Vittoriale.D’Annunzio prestò numerosi suoi testi alla scena musicale. La figlia di Iorio fu musicata da Alberto Franchetti, famoso per aver concesso ad Umberto Giordano il testo dell’Andrea Chenier; Francesca da Rimini da Riccardo Zandonai che ne trasse un’opera dal valore autentico, Parisina da Pietro Mascagni, La Pisanella e La Nave ad Ildebrando Pizzetti, il più grande compositore influenzato dal dannunzianesimo assieme a Gian Francesco Malipiero e autore della Sinfonia del Fuoco per Cabiria, il kolossal cui aveva collaborato anche D’Annunzio. Non solo agli italiani finirono i grandi capolavori scenici del Vate: le musiche di scena per Fedra vennero composte da Arthur Honegger, mentre Claude Debussy ebbe il privilegio di musicare Il martirio di San Sebastiano., tragedia pagana mista a simboli cristiani. Profonda amicizia lo legò anche al pittore Adolfo De Carolis, marchigiano, suo illustratore preferito, cui affidò l’illustrazione di molte opere letterarie, tra cui La figlia di Iorio, le Laudi, la Francesca da Rimini, la Fedra e il Notturno. D’Annunzio per l’illustrazione delle sue edizioni era molto esigente e controllava lo stile e ogni particolare dell’opera, al fine di dar loro un aspetto ricercato e prezioso, sull’esempio delle opere più celebri del Rinascimento. Composizioni da camera su testi dannunziani Opere teatrali e musiche di scena su soggetti dannunziani La musica nelle opere di D’Annunzio La maggior parte delle opere scritte da D’Annunzio contiene riferimenti espliciti alla musica. Il piacere divenne ben presto il testo sacro dell’estetismo, assieme al Dorian Gray di Wilde e A rebours di Huysmans. Il suo protagonista, l’esteta e raffinato Andrea Sperelli, conosce ad un concerto Elena Muti, la donna che amerà. La cornice dell’innamoramento è Beethoven. La Sonata al chiaro di luna diventa il simbolo ed emblema di un amore che sta scoccando. D’Annunzio immortala il momento magico, fatato, attraverso le note dell’andante sostenuto. Il romanzo contiene altri riferimenti a brani celebri e non. Maria Ferres, la seconda amata di Sperelli, è un’abile pianista che esegue preludi di Bach e pezzi sognanti di Schumann. D’Annunzio sembra quasi farsi beffe dei lettori poco esperti dell’arte: in un passo, si parla di una Gavotta delle dame gialle composta da Jean-Philippe Rameau, ma il francese non ha mai composto nessun pezzo con questo titolo.Ne Il trionfo della morte, Giorgio Aurispa, il protagonista, si imbatte in una stanza del suo palazzo, colma di memorie d’arte musicali: «Nella terza stanza, severa e semplice, le memorie erano musicali, venivano dai muti strumenti. Sopra un lungo cembalo levigato, di palissandro, ove le cose si riflettevano come in una sfera, riposava un violino nella sua custodia. Sopra un leggio una pagina di musica si sollevava e si abbassava ai soffli dell’aria, quasi in ritmo con le tende. Giorgio si avvicinò. Era una pagina di un Mottetto di Felix Mendelssohn: Dominica II post Pascha... Giorgio aprì la custodia, guardò il delicato strumento che dormiva in un velluto color d’oliva, con le sue quattro corde intatte. Preso come da una curiosità di svegliarlo, egli toccò il cantino che diede un gemito acuto facendo vibrare tutta la cassa. Era un violino di Andrea Guarneri, con la data del 1680. La figura di Demetrio, alta, smilza, un po’ curva, con un collo lungo e pallido, con i capelli rigettati indietro, con la ciocca bianca sul mezzo della fronte, riapparve». Un’altra memoria musicale del romanzo è, senza dubbio, il ricordo del Tristano e Isotta, in cui il protagonista si getta nella memoria profonda cercando di godere ancora della scena passionale e magica.Le vergini delle rocce è il suo unico romanzo in cui non compare nessun riferimento preciso alle composizioni, ma la musica qui è data dalla glorificazione della bellezza sonora scaturita dall’acqua: Nei Taccuini e ne Le faville del maglio sono numerose le citazioni di compositori antichi poco noti, come i due madrigalisti ferraresi Filippo Nicoletti e Giovanni Maroni. Queste citazioni hanno il carattere di un gioco di erudizione e di ricerca del “testo raro”, come spiegato da Gian Francesco Malipiero nel suo saggio Ariel Musicale. L’opera poetica, infine, è tutta permeata da una musicalità eccezionale, riscontrabile in maniera molto chiara anche nella prosa dannunziana. Le liriche dell’Elettra, invece, contengono alcuni omaggi ai grandi ingegni musicali dell’Italia (Giuseppe Verdi e Bellini). L’Alcyone, però, è il capolavoro della musicalità lirica di D’Annunzio: basti pensare alla grandezza de La pioggia nel pineto, il più grande esempio di partitura musicale dannunziana. D’Annunzio e Wagner D’Annunzio pubblicò tre articoli nel 1893: gli articoli apparsi su “La Tribuna”, il 23 luglio, il 3 e il 9 agosto, erano dedicati a Il caso Wagner. In questi articoli D’Annunzio prende ufficialmente le difese del compositore e va contro Friedrich Nietzsche, uno dei suoi filosofi d’elezione. D’Annunzio difende il lavoro moderno di Wagner e dice: «Il filosofo si mette fuori del suo tempo, mentre l’artefice rientra nel suo tempo. Ma l’uno, pur glorificando la vita, spazia in un dominio puramente speculativo; mentre l’altro realizza le sue astrazioni nella forma concreta dell’opera d’arte… Per Nietzsche, quindi, l’autore del Parsifal non è un artefice di musica… egli concede che in questo il Wagner possa a buon diritto apparirci come un creatore e un novatore di primo ordine, avendo infinitamente aumentato la potenza espressiva della musica. Ma la concezione è subordinata all’ipotesi che la musica possa talora non essere musica, sì bene un linguaggio, una specie di ancilla dramaturgica. Togliete la musica wagneriana dalla protezione dell’ottica teatrale – egli dice – e avrete semplicemente della cattiva musica, la peggior musica che sia mai esistita. Qui è il grossolano errore, o la vana ingiustizia. Per me, e per i miei pari, la superiorità di Riccardo Wagner sta appunto in questo: che la sua musica è, in gran parte, bellissima ed ha un alto e puro valore di arte indipendentemente dalla faticosa macchinazione teatrale e dalla significazione simbolica sovrapposta». La musica di Wagner è riccamente citata nel Trionfo tanto che il Tristano diventa fonte di ispirazione per l’opera ma anche follia per il protagonista.Il fuoco è il romanzo in cui la musica troneggia. Uno dei personaggi è addirittura Richard Wagner stesso, vecchio, prossimo alla morte (nel romanzo si fanno anche riferimenti a Claudio Monteverdi, a Caccini, alla sinfonia dell’Arianna di Benedetto Marcello, ma è il compositore tedesco il vero protagonista musicale). D’Annunzio si identifica col protagonista, Stelio Effrena, come uno dei portatori della bara di Wagner, dopo la sua morte avvenuta a Venezia, fatto che in realtà non avvenne, poiché lo scrittore non era nella città lagunare nel febbraio 1883. D’Annunzio e la cucina Si racconta come, poco più che adolescente al Collegio Cicognini, D’Annunzio abbia capitanato una rivolta contro la polpetta. Sin dall’inizio il poeta era noto come intenditore di cucina. Al Vittoriale, se doveva prender parte ad un pasto, si isolava nella Stanza della cheli, la sala da pranzo dal pesante decoro in cui troneggia ancora oggi la tartaruga di bronzo, ricavata dal guscio della vera Cheli, la tartaruga del Vate che morì per indigestione di tuberose, monito all’ingordigia. Il Vate amava regalare alle sue amanti dolci, cioccolatini e marrons glacés, di cui era particolarmente ghiotto; non apprezzava molto il vino, preferendo la semplice acqua, da sempre lodata nelle sue composizioni. Ottima è l’acqua: il verso di Pindaro faceva mostra di sé sulle pareti del bagno al Vittoriale. Tuttavia durante il periodo francese bevve il vino (vini di Bordeaux e tra gli champagne il Mumm Cordon Rouge). Per il poeta il cibo è una raffinata e stimolante metafora della seduzione; esso anticipa, richiama o sublima l’incontro d’amore ("La finezza dei cibi aiuta l’armonia mentale", scrisse): Durante gli anni del Vittoriale, i pranzi venivano prodotti da Albina, governante veneta chiamata Suor Intingola, Suor Albina e Santa Cuciniera, mentre chiamava sé stesso il Priore. Albina ha il compito di esaudire i desideri culinari del Vate, mentre Amelie Mazoyer, detta “Aelis”, è la governante delle donne di servizio, dette “Clarisse”. Ogni tanto arrivavano anche delle “badesse” di passaggio, ossia ammiratrici e donne di compagnia, che dovevano soddisfare i gusti sessuali del Comandante.D’Annunzio fu anche cuoco: sappiamo di una speciale salsa: Il culatello Brozzi. Il poeta rimase così stupito dalla bontà ineguagliabile del parmense culatello prodotto dall’amico Renato Brozzi (arte tuttora fieramente portata avanti dal nipote, architetto e artista Fausto Brozzi), che non poté fare a meno di comunicargli le sensazioni che gli provocava assaporare "un così bello e potente raggio di arte vera": Dalla lettera di Gabriele D’Annunzio a Renato Brozzi, 30 giugno 1931: D’Annunzio amava circondarsi di bicchieri di vetro soffiato, laccato, bordato, finemente decorato, di argenti singolari: tartarughe e pavoni segnaposto, tempestati di gemme, passerotti per stecchini, spremilimoni da piatto, pulcini portauovo. Amava il riso, la carne alla griglia quasi cruda, tutti i pesci, pernici e cacciagione e tartufi. Tra i formaggi gustava il cacio e tra i salumi amava il salamino pepato. Mangiava giornalmente 4-5 uova e fu un cultore della bistecca. Divorava la frutta, cotta o cruda, ad ogni pasto e fuori dai pasti. Preferiva le pesche-noci, l’uva, i mandarini, le banane ma soprattutto le fragole. Gli piaceva una macedonia composta di fette d’arancio e qualche goccia di liquore. Quando non era osservato, amava divorare una dozzina di gelati di seguito; il preferito era il sorbetto al limone. Cioccolatini erano sempre alla sua portata in una coppa sulla scrivania e apprezzò a tal punto il parrozzo (tipico dolce abruzzese) da dedicargli dei versi.Il pomeriggio era solito prendere il tè o un caffè e latte (tè e caffè sempre con moderazione). Negli ultimi anni si ritirava nello studio verso mezzanotte e si faceva portare biscotti inglesi, mele cotte e il latte. Alle tre di notte capitava che il poeta mandasse agli amici cioccolatini, fiori e inviti a pranzo per il giorno dopo.Ai grandi ristoranti preferiva le trattorie, sempre lodandone la familiarità con cui venivano preparate le pietanze. Citazioni erroneamente attribuitegli Nando Martellini, celebre telecronista sportivo e giornalista, lodando il lungomare principale di Reggio Calabria quello che sarà poi chiamato lungomare Falcomatà (in onore del sindaco della città calabrese Italo Falcomatà), il quale rappresenta una “passeggiata” dove arte e natura si fondono, attribuì a Gabriele D’Annunzio la definizione dello stesso come il più bel chilometro d’Italia, anche per via del miraggio della fata morgana, un raro fenomeno ottico che permette di vedere immagini della Sicilia riflesse sul mare tanto nitide da sembrare vere. In realtà la citazione è apocrifa e D’Annunzio non visitò mai Reggio Calabria. Omaggi Gabriela Mistral, poetessa cilena, assunse questo pseudonimo in onore dei suoi due poeti preferiti, Frédéric Mistral e Gabriele D’Annunzio. Dal 21 al 23 giugno 2013 si è tenuto a Gardone Riviera, in occasione del 150º Anniversario dalla nascita del Vate, una manifestazione sportiva e culturale con automobili d’epoca (grande passione che il poeta D’Annunzio manifestò durante il suo soggiorno proprio a Gardone Riviera dove tuttora rimangono custodite due delle sue numerose automobili). La manifestazione, denominata Coppa Gabriele D’Annunzio, prevede anche la sosta presso la dimora del Vate e il pranzo all’interno del Parco del Vittoriale. Il portale web dell’Aeronautica Militare ha proposto una pagina, intitolata “I grandi aviatori”, dove vengono citate le maggiori personalità storiche dell’aviazione italiana, ponendo D’Annunzio tra di esse. Lo scrittore e paramilitare giapponese Yukio Mishima tradusse nella sua lingua Il martirio di San Sebastiano e venne soprannominato il “D’Annunzio giapponese”. Contributi alla lingua italiana Fu lui a stabilire in Italia, tra le tante varianti che allora si usavano, che la parola “automobile” fosse di genere femminile: lo fece in una lettera inviata a Giovanni Agnelli che gli aveva posto l’annosa questione ("L’Automobile è femminile. Questa ha la grazia, la snellezza, la vivacità di una seduttrice; ha inoltre una virtù ignota alle donne: la perfetta obbedienza"). Fu D’Annunzio che italianizzò il sandwich chiamandolo tramezzino.Fusoliera, velivolo, folla oceanica e beni culturali sono espressioni che introdusse lo stesso Vate. Arzente, italianizzazione del termine cognac, per Gabriele D’Annunzio avrebbe dovuto essere derivato da “arzillo” e da ardens (ardente) a indicare lo stato di euforia indotto dall’ebbrezza, o il calore che derivava dal bere l’alcolico. Inventò il nome proprio Cabiria per l’eroina dell’omonimo film muto del 1914 del quale firmò la sceneggiatura, il nome proprio Ornella e lo pseudonimo della scrittrice di romanzi rosa Amalia Liana Negretti Odescalchi, in arte Liala: il suo nome d’arte si deve proprio a un suggerimento di D’Annunzio: "Ti chiamerò Liala perché ci sia sempre un’ala nel tuo nome".. Fu D’Annunzio a coniare il termine Milite ignoto (dal latino miles ignotus, cioè “soldato sconosciuto”) e, verso la fine della Grande guerra, vista la vittoria italiana sul Piave, il poeta decise che il sacro fiume d’Italia doveva cambiare l’articolo: se in passato il fiume era conosciuto come la Piave, fu dopo l’intervento di D’Annunzio che il fiume si chiamerà il Piave. D’Annunzio ebbe questa idea per celebrare la potenza maschia del fiume che resistette al nemico e il Piave fu elevato a fiume sacro della Patria. Nel 1917 ribattezzò la Rinascente dopo la ricostruzione seguita all’incendio che l’aveva completamente distrutta. Negli anni venti coniò infine il termine Perdonanza per il giubileo celestiniano aquilano. L’attività pubblicitaria di D’Annunzio Gabriele d’Annunzio fu anche tra i primi “testimonial” pubblicitari e creatore di slogan o marchi, per lo più di prodotti gastronomici, alcuni dei quali legati alla sua regione d’origine. Nel 1920 l’industriale abruzzese Luigi D’Amico fece assaggiare per primo il “suo” parrozzo, dolce tradizionale della regione da lui prodotto a livello industriale, al poeta pescarese che, estasiato, scrisse un madrigale in dialetto, “La Canzone del parrozzo”, il cui testo è tuttora presente nelle confezioni in vendita del dolce: Ai primi del Novecento il poeta suggerì il nome del liquore “Aurum”, a base di brandy ed infuso di arance, tipico di Pescara, al fondatore della fabbrica Amedeo Pomilio, in riferimento alle origini romane attribuite alla ricetta. La parola deriva dal gioco delle parole latine aurum, che significa oro, ed aurantium, l’arancio. Anche il nome de La Rinascente, per gli omonimi attuali grandi magazzini di Milano e Roma, fu suggerito da Gabriele D’Annunzio a Senatore Borletti quando quest’ultimo rilevò l’attività commerciale ivi presente, i magazzini “Aux Villes d’Italie”. (Il nome si rivelò poi particolarmente indovinato quando la Rinascente di Milano fu completamente distrutta da un incendio e quindi ricostruita).Fu testimonial dell’Amaro Montenegro che definì «liquore delle virtudi» e dell’Amaretto di Saronno. D’Annunzio lanciò una propria linea di profumi, l’Acqua Nunzia. Coniò il nome Saiwa per l’omonima azienda di biscotti.D’Annunzio coniò inoltre il termine “fraglia”, unione dei termini “fratellanza” e “famiglia”, che indica oggi molte associazioni veliche, tra cui la Fraglia della Vela di Riva del Garda.Per il nuovo stemma nobiliare della famiglia dell’industriale trentino Caproni, pioniere dell’aviazione italiana, al quale il re Vittorio Emanuele III aveva conferito il titolo di Conte di Taliedo (in riconoscimento dei meriti industriali e di supporto all’industria bellica durante la prima guerra mondiale), coniò il motto, scritto sopra l’effigie di un caprone rampante: “Senza cozzar dirocco”. Cinema I primi contatti I primi contatti tra D’Annunzio con il cinema avvennero nel 1909 quando egli siglò un contratto che lo impegnava a fornire alla “S.A.F.F.I.-Comerio”, poi “Milano Films”, 6 soggetti originali all’anno dietro compenso di 2.000 lire ciascuno più una quota dei guadagni. Ma egli si rese inadempiente e nel 1910 fu condannato dal Tribunale di Milano a restituire l’anticipo ricevuto, cosa che riuscì a non fare scappando in Francia per sottrarsi a questo e ad altri debiti. Maggiori risultati ebbe invece il rapporto con il produttore torinese Arturo Ambrosio con il quale nel 1911 lo scrittore sottoscrisse a Parigi un accordo che prevedeva, dietro compenso di 4.000 lire per ogni film, l’esclusiva per la riduzione di 6 delle sue opere già edite, tra le quali La figlia di Jorio, La nave, L’innocente e La fiaccola sotto il moggio, che saranno tutti realizzati negli anni 1911 e 1912 (alcuni di essi verranno ripresi in edizioni successive), ma anche in questo caso egli fu in parte inadempiente perché non fornì le sceneggiature che furono poi scritte da Arrigo Frusta. Maciste, il nuovo eroe di D’Annunzio Successivamente D’Annunzio creò anche un celebre eroe cinematografico: Maciste. Tra il 1913 e il 1914 D’Annunzio firma un contratto cinematografico con il regista Giovanni Pastrone e l’attore Bartolomeo Pagano per la creazione di un kolossal italiano che faccia testa alle grandi opere dell’americano David W. Griffith. Il soggetto è tratto dal romanzo Cartagine in fiamme di Emilio Salgari (morto suicida da qualche anno), dal romanzo Salammbô di Gustave Flaubert e da alcune cronache dell’Ab Urbe Condita dello scrittore augusteo Tito Livio. Il titolo, scelto dallo stesso D’Annunzio sarà Cabiria in merito del nome della protagonista “nata dal fuoco” della guerra tra Roma e Cartagine; tuttavia mancava un protagonista maschile che tenesse testa a quello femminile. Studiando gli archivi della storia, D’Annunzio scoprirà un poco noto eroe dell’antica Grecia di nome Mechisteo: uomo il quale si diceva avesse una forza sovraumana. D’Annunzio allora, come i moderni Superman e Spiderman creerà un eroe forzuto e vendicativo però dal cuore tenero dedito soltanto a proteggere le belle fanciulle e gli indifesi dai soprusi dei potenti e dei malvagi. Nasce così, per il film, Maciste, l’eroe dal cuore d’oro, sullo sfondo del disgraziato Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes e dei cavalieri paladini dell’epoca di Carlo Magno e del ciclo bretone e arturiano di romanzi d’avventura.Nel 1915 Pagano e Pastrone, sempre ispirandosi al soggetto di D’Annunzio, gireranno il film Maciste, l’eroe buono, con protagonista il fortunato personaggio. Tale figura sarà la star di molti fortunati film muti che si propagheranno dal periodo degli anni venti fino al 1965. Nei soggetti originali Maciste è uno scaricatore di porto (forse ispirato da una figura reale, uno dei camalli del porto di Genova) del presente il quale sconfigge dei banditi e dei crudeli imprenditori, mentre dagli anni cinquanta ai sessanta, con l’avvento in Italia del cinema peplum e kolossal, il personaggio di Maciste verrà condotto indietro nel tempo all’epoca della Grecia mitologica di Omero ed Esiodo, venendo spesso confuso nelle azioni e nelle sceneggiature con l’eroe forzuto Eracle (Ercole). Filmografia di e su Gabriele D’Annunzio Film biografici Oltre ai film tratti da sue opere, D’Annunzio è apparso anche in film biografici e storici, tra cui: D’Annunzio (1986) di Sergio Nasca Film tratti dai soggetti di D’Annunzio e da lui sceneggiati Francesca di Rimini (The Two Brothers, 1908) di James Stuart Blackton Francesca da Rimini (1910) di James Stuart Blackton (remake) La figlia di Jorio (1911) L’innocente (1911) di Edoardo Bencivenga La nave (1912) di Edoardo Bencivenga La Gioconda (1912) di Luigi Maggi Cabiria (1914) di Giovanni Pastrone Maciste (1915) di Luigi Romano Borgnetto The Devil’s Daughter (La figlia del Diavolo– 1915) di Frank Powell La crociata degli innocenti (1917) di Alessandro Blasetti Il ferro (1918), diretto da Ugo Falena La nave (1921) di Gabriellino D’Annunzio (remake) Il delitto di Giovanni Episcopo (1947) di Alberto Lattuada L’innocente (1976) di Luchino Visconti Altro Un film softcore erotico del 1921, con le didascalie attribuite a Gabriele D’Annunzio (in realtà opera dei due registi, che si finsero invece essi stessi il figlio Gabriellino D’Annunzio), ha tra i protagonisti un attore-sosia, che interpreta un frate, e viene spacciato per D’Annunzio stesso. Il regista erotico Tinto Brass ha dichiarato invece di voler girare un film, che vorrebbe intitolare Eja, eja, alalà, e dovrebbe raccontare la notte di D’Annunzio precedente l’impresa di Fiume. Citazioni nella cultura di massa Il cantautore abruzzese Ivan Graziani cita D’Annunzio due volte nelle sue canzoni: nell’omonimo pezzo Gabriele D’Annunzio, che parla di un rozzo contadino che è curiosamente omonimo del celebre poeta, e in Signora bionda dei ciliegi, nel quale viene nominato un “divano dannunziano”. Inoltre, la canzone Il lupo e il bracconiere è ispirata a una novella di D’Annunzio. D’Annunzio è uno dei personaggi del romanzo giallo storico E trentuno con la morte... di Giulio Leoni. Riferimenti Wikipedia – https://it.wikipedia.org/wiki/Gabriele_D%27Annunzio

Edoardo Sanguineti

Edoardo Sanguineti (Genova, 9 dicembre 1930 – Genova, 18 maggio 2010) è stato un poeta, scrittore e politico italiano, che fece parte del Gruppo 63. Biografia Figlio unico di Giovanni, impiegato di banca nato a Chiavari, e di Giuseppina Cocchi, torinese, si trasferì all’età di quattro anni a Torino, città nella quale il padre aveva trovato un nuovo impiego come amministratore cassiere presso la tipografia Doyen & Marchisio. Era ancora bambino quando, durante una normale visita di controllo, gli venne diagnosticata una grave malattia cardiaca. La diagnosi si rivelò in seguito errata ma questo episodio ha condizionato per lungo tempo lo stile di vita del poeta.A Torino abitava uno zio di Edoardo, Luigi Cocchi, musicista e musicologo, che aveva conosciuto Gobetti e Gramsci e aveva collaborato alla rivista L’Ordine Nuovo e che sarebbe stato il primo punto di riferimento per la formazione del giovane. A Bordighera, dove il giovane trascorreva le vacanze estive, Edoardo frequentava il cugino Angelo Cervetto, appassionato di musica che gli trasmette la passione per il jazz, e Guido Seborga, che lo inizia alla lettura di Artaud. Nel frattempo, in seguito alla pertosse che aveva contratto, il giovanissimo Edoardo venne visitato da uno specialista che individuò l’errore diagnostico del quale era stato vittima. Edoardo era sanissimo ma da quel momento dovette fare intensi esercizi fisici per recuperare il tono muscolare. Ginnastica, ciclismo, tennis furono da quel momento gli sport che avrebbe dovuto intensamente affiancare allo studio, anche se dovette rinunciare alla sua primaria ispirazione: quella di dedicarsi alla danza. 1946-1955: studi, elaborazione di Laborintus, primi contatti culturali Nel 1946 Edoardo s’iscrisse al Liceo classico Massimo d’Azeglio ed ebbe come insegnante d’italiano Luigi Vigliani. A lui avrebbe dedicato il saggio su Gozzano e gli avrebbe fatto leggere alcune poesie che saranno in seguito parte di Laborintus. In terza liceo, Sanguineti ebbe come docente di storia e filosofia Albino Galvano, pittore, critico, storico d’arte, filosofo amante della psicanalisi e interessato alle avanguardie. Successivamente s’iscrisse alla facoltà di Lettere dell’Università di Torino. In questi anni il giovane frequentò il mondo culturale torinese, recandosi a mostre ed ascoltando concerti. Conobbe la pittrice dell’avanguardia Carol Rama, il filologo classico Vincenzo Ciaffi, lo studioso di lingue e culture germaniche Vittorio Amoretti e il romanziere Seborga che frequentava anch’egli a Bordighera e che l’avrebbe indirizzato alle letture di Artaud. Nel 1951 Sanguineti iniziò a scrivere l’opera che si chiamerà “Laborintus” e, come egli stesso dice nei Santi Anarchici, scriveva per una piccola comunità di lettori: “Eravamo in cinque. E i miei quattro lettori erano una ragazza, un aspirante filologo classico e due altri studenti, uno di farmacia e l’altro di medicina”. Conobbe intanto Enrico Baj che avrebbe creato il manifesto della pittura nucleare e dà vita al Nuclearismo. Il 1953 è l’anno della morte della madre ma anche quello dell’incontro con Luciana che avrebbe sposata il 30 settembre del 1954. Sempre nel 1954, in occasione della recensione di Sanguineti sulla rivista torinese “Galleria” dell’Antologia critica del Novecento, conobbe Luciano Anceschi che, dopo aver letto Laborintus, decise di darlo alle stampe. Alcune poesie di Laborintus erano intanto apparse su “Numero”, una rivista fiorentina diretta da Fiamma Vigo, alla quale era stato invitato a collaborare da Gianni Bertini, un pittore pisano incontrato da Sanguineti nello studio di Albino Galvano. Nel 1955 nacque il primo figlio dello scrittore: Federico. 1956-1960: pubblicazione di Laborintus, laurea e carriera universitaria Il 1956 fu l’anno della pubblicazione, a cura di Luciano Anceschi, di Laborintus e anche l’anno della laurea. Sanguineti il 30 ottobre discusse una tesi su Dante col professor Giovanni Getto, la quale venne pubblicata nel 1961 col titolo Interpretazione di Malebolge. Nasceva in quel periodo «Il Verri» redatto da Pagliarani e da Porta al quale Sanguineti collaborò intensamente. Il 1º novembre 1957 Sanguineti si offrì come assistente volontario presso la cattedra di Getto, insegnando contemporaneamente italiano nel triennio del liceo classico di un istituto privato diretto da suore domenicane. Nel 1958 nasceva il suo secondo figlio: Alessandro. 1961-1965: i Novissimi e la libera docenza Risale al 1961 la conoscenza da parte del poeta di Luciano Berio che gli chiese di collaborare per la Piccola Scala con un’anti-opera. Nascerà da questa collaborazione Passaggio che verrà rappresentato nel 1963. Sempre nel 1961 uscì l’antologia dei Novissimi con prefazione di Giuliani che comprende le opere di Giuliani stesso, di Sanguineti, di Pagliarani, di Balestrini e di Porta. Nasceva nel 1962 il terzo figlio, Michele e nel 1963 si istituì il Gruppo 63 a Palermo che sarà “il risultato dei legami e dei contatti culturali maturati nei precedenti anni”.Nel frattempo Sanguineti, che era diventato assistente incaricato e in seguito assistente ordinario del professor Giovanni Getto, nel 1963 consegue la libera docenza e ha come presidente di commissione Mario Fubini. In questo periodo frequenterà, in tre occasioni, anche le Décades di Cerisy: la prima volta invitato da Ungaretti, al quale era dedicato il convegno, la seconda volta invitato dal gruppo di Tel Quel, per il romanzo sperimentale e, alla fine degli anni sessanta, per il cinema. Nel 1965 otterrà una cattedra di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso la facoltà di lettere dell’università di Torino. 1968-1974: cambiamenti Nel 1968 si sciolse il Gruppo 63 (e nel '69 termineranno anche le pubblicazioni della rivista “Quindici”). Nello stesso anno Sanguineti si candidò alle elezioni per la Camera nelle liste del PCI ma deve trasferirsi a Salerno con la famiglia come incaricato all’università. A Salerno Sanguineti terrà due corsi, quello di Letteratura italiana generale e quello di Letteratura italiana contemporanea e nel 1970 diventerà professore straordinario. Nel 1971 il poeta visse durante sei mesi a Berlino con la famiglia, nel 1972 morì il padre, nel 1973 nasceva la figlia Giulia e Sanguineti diventò, sempre a Salerno, professore ordinario. Nello stesso anno iniziò la collaborazione a “Paese Sera”. Nel 1974 ottenne una cattedra di Letteratura italiana presso l’Università di Genova, per stare accanto ai compagni proletari si trasferisce al CIGE del Begato con la famiglia e nel 1975 inizia a collaborare con il “Giorno”. 1976-1980: gli anni dell’impegno politico Nel 1976 Sanguineti iniziò a collaborare con l’Unità, e nel 1980 con Il Lavoro di Genova. Furono questi anni di grande impegno politico: venne infatti eletto consigliere comunale a Genova (1976– 1981) e deputato della Camera (1979– 1983), come indipendente nelle liste del PCI. 1981-2005: i viaggi, gli onori Dal 1981 al 1983 diresse la prestigiosa rivista Cervo Volante assieme ad Achille Bonito Oliva. In redazioni ebbe giovanissimi poeti di talento come Valerio Magrelli, Nel 1990 fondò, con Nadia Cavalera, la rivista internazionale “Bollettario. Quadrimestrale di scrittura e critica”. La diresse durante vent’anni, fino alla sua morte (nel 2010). In redazione ebbe Filippo Bettini, Francesco Muzzioli, Marcello Frixione, e Tommaso Ottonieri. Collaboratori i maggiori autori del tempo. Numerosi furono i viaggi fatti in questo periodo sia in Europa che fuori dell’Europa (Unione Sovietica, Georgia e Uzbekistan, Tunisia, Cina, Stati Uniti, Canada, Messico, Colombia, Argentina, Perù, Giappone, India). Nel 1996 venne nominato dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di gran merito della Repubblica Italiana. Sanguineti, che aveva lasciato nel 2000 l’Università e aveva ricevuto numerosi premi letterari tra i quali la Corona d’oro di Struga, il Premio Capri dell’Enigma (1998), fu membro e fondatore della “Accadémie Européenne de poésie” (Lussemburgo) e membro consulente del “Poetry International” (Rotterdam). Precedentemente Faraone poetico dell’Istituto Patafisico di Milano, dal 2001 è Satrapo Trascendentale, Gran Maestro O.G.G. (Parigi) e presidente dell’OpLePo. 2006-2010: Gli ultimi anni Nel 2006, nel corso di un suo intervento al Festival dei Saperi di Pavia ebbe a dire che "quaranta ragazzetti innamorati del mito occidentale e assetati di Coca-Cola hanno fatto più rumore di migliaia di operai massacrati in Cile" e che "non si sa esattamente quanta gente sia stata uccisa dalle forze del governo e dei militari durante i 17 anni durante i quali Pinochet rimase al potere, ma la Commissione Rettig elencò 2.095 morti e 1.102 “scomparsi”. Sanguineti– a cui il 5 giugno 2006 venne assegnato il Premio Librex Montale– diventò presidente onorario dell’associazione politica Unione a Sinistra e fu candidato alle primarie dell’Unione per l’elezione del sindaco di Genova, tenutesi il 4 febbraio 2007, sostenuto da: Partito dei Comunisti Italiani, Partito della Rifondazione Comunista e Unione a Sinistra, ottenne il 14% dei voti. Le primarie furono vinte da Marta Vincenzi, candidata de L’Ulivo (60%). Secondo arrivò Stefano Zara. Il 18 maggio 2010 fu ricoverato d’urgenza a causa di un aneurisma che provocava da diversi giorni fitte all’addome. Alle 13:30 Sanguineti morì, all’età di 79 anni, ancora in sala operatoria. La procura aprì un’inchiesta per omicidio colposo a carico di ignoti. Il 22 maggio venne sepolto nel pantheon del cimitero monumentale di Staglieno, accanto alla tomba in cui riposa il capo-partigiano Aldo Gastaldi “Bisagno”. Edoardo Sanguineti era ateo. Il poeta Laborintus: sperimentalismo e disgregazione del linguaggio La prima pubblicazione di Laborintus, nel 1956, nella collezione “Oggetto e simbolo” diretta da Luciano Anceschi per la casa editrice Magenta, passa quasi inosservata. Le sue poesie, ritenute così difficili da interpretare, sarebbero divenute, solo un decennio dopo, norma per le sperimentazioni linguistiche-poetiche degli anni sessanta. Il titolo, nato dall’utilizzo di uno schema labirintico, deriva secondo Risso anche dalla "complessità della realtà atomica di quegli anni, i cui esiti potevano davvero essere benjaminianamente catastrofici"Pasolini in un articolo su “Il Punto” definisce la raccolta Laborintus “un tipico prodotto del neo-realismo post-ermetico” al quale Sanguineti replica sul n. 11 di “Officina” nel novembre del 1957 con un articolo intitolato Una polemica in prosa ironizzando sulle giuste distanze che Pasolini metteva tra il proprio “sperimentalismo” e quello “non puro sperimentalismo sanguinetiano”. La questione verrà ripresa da Luciano Anceschi sulla rivista Il Verri nel 1960 con questa affermazione:"Accade in questi anni– e vogliamo mettere come data di inizio del movimento il 1956?– nel nostro paese qualche cosa di naturale, di prevedibile, di necessario: nasce probabilmente una nuova generazione letteraria"'. Laborintus è infatti un testo di riferimento centrale per lo sperimentalismo degli anni sessanta soprattutto se confrontato con la poesia del suo tempo. Esso infatti si presenta come qualcosa di nuovo che apre soluzioni linguistiche e formali sconosciute a quella poesia che, nella seconda metà degli anni cinquanta, dopo lo spegnersi del neorealismo si stava orientando verso l’antinovecentismo introdotto all’interno della rivista “Officina”. Sanguineti, nel programma della neoavanguardia, è figura centrale per il suo poundismo, per i richiami psicoanalitici dei suoi testi, per il suo plurilinguismo e per quel verso pronto a dilatarsi in "un recitativo drammatico dove la soluzione metrica è rigorosamente atonale e, si potrebbe dire, gestuale", come scriveva Alfredo Giuliani. La poesia di Laborintus sembra, con la sua accentuata disgregazione dei linguaggi, rifarsi alle esperienze musicali di Luciano Berio o di John Cage e, nell’ambito pittorico, all’informale Jackson Pollock, Jean Fautrier o Mark Rothko. La tecnica dell’assemblage La tecnica dell’assemblage, utilizzata nella poesia di Sanguineti, è presa dall’ambito pittorico e gli oggetti– segni, tolti dallo spazio in cui erano collocati, acquistano improvvisamente la loro piena autonomia, ingrandendosi a dismisura. Dall’intellettualismo alla concretezza della quotidianità Sanguineti prosegue, dopo Laborintus, con lo stesso stile ipercolto e scrive, tra il 1956 e il 1959 le poesie di tema erotico che vanno sotto il nome Erotopaegnia, poi, tra il 1960 e il 1963, Purgatorio de l’Inferno e nel 1964 raccoglie, sotto il titolo di Triperuno, le precedenti sequenze precedute da Laborintus. Ma in queste poesie già si possono notare dei movimenti verso una scrittura che si sposta dall’intellettualismo dei primi esordi alla concretezza delle cose quotidiane e che, in alcuni punti, si aprono al diarismo dei successivi libri. Nuove raccolte Nella seconda raccolta del 1972, Wirrwarr (confusione) che si compone di due parti, “Testo di appercezione tematica” (1966– 1968) e “Reisebilder” (immagini di viaggio) (1971), il poeta pur continuando l’opera di destrutturazione del linguaggio che aveva iniziato con Triperuno, cerca di recuperare le cose autentiche del reale e del vissuto. Lo stile si fa più discorsivo e comunicativo, carattere questo che si ritrova nelle sue seguenti raccolte Postkarten (cartoline postali) del 1978, Stracciafoglio del 1980 e Scartabello del 1981 dove si impone un linguaggio più articolato che gioca su un registro parodico-ironico e si applica alle piccole cose della vita quotidiana. In queste raccolte l’avanguardia di Sanguineti, pur senza contraddirsi o negarsi, non appare, paradossalmente, lontana da situazioni come quelle di Giudici o Montale in opere come La vita in versi e Satura. La periodicità delle raccolte Periodicamente Sanguineti raccoglie i suoi versi in volumi riassuntivi, come Catamerone del 1974, ripreso nel 1982 in Segnalibro dove la sperimentazione si riappropria dell’uso della forma tradizionale per approdare, nel 1986, a Novissimum Testamentum, poi incluso in Senzatitolo nel 1992. In queste opere il poeta si impegna, confermando così la sua attenta ricerca metrica, sull’ottava, sulla canzonetta, sul sonetto intervallandoli con componimenti dal tipico verso extra-lungo che sembra scivolare via e “frantumarsi”. Nel 1987 esce la raccolta Bisbidis che costituisce un capitolo aggiuntivo nella linea iniziata con Wirrwarr. Il titolo, che è ripreso da una frottola del poeta Immanuel Romano (contemporaneo di Dante), è una voce onomatopeica che indica il chiacchierio di gente e appare come poesia di carattere colloquiale quasi crepuscolare che conferma quella linea poetica iniziata negli anni Settanta. Del 2002 è la raccolta Gatto Lupesco che contiene Bisbidis, Senzatitolo, Corollario, la versione definitiva di Cose, e una sezione di poesie intitolate Poesie fuggitive. Cinquant’anni di poesia Del 2004 è la raccolta antologica Mikrokosmos Poesie 1951-2004 che si presenta divisa in due parti. La prima parte comprende una scelta di Laborintus, di Erotopaegnia, di Purgatorio de l’Inferno, di T.A.T., di Reisebilder, di Postkarten, di Stracciafoglio, di Scartabello, di Cataletto, di Codicillo, di Rebus, di Glosse, di Corollario e di Cose. La seconda parte comprende una selezione da Fuori Catalogo, da L’ultima passeggiata, omaggio a Pascoli, da Alfabeto apocalittico, da Novissimum Testamentum, da Ecfrasi, da Mauritshuis, da Ballate, da Fanerografie, da Omaggio a Catullo, da Stravaganze, da Poesie fuggitive, da Varie ed eventuali. Il narratore Anche nel romanzo Sanguineti dedica molta attenzione al trattamento del linguaggio, tanto sul piano lessicale quanto su quello sintattico e sia nel romanzo Capriccio italiano, pubblicato nel 1963, e Il gioco dell’Oca del 1967 si avverte il piacere ludico della parola. La sua produzione narrativa è stata raccolta in “Smorfie”, contenente i due romanzi oltre ad altri testi in prosa. Ed è con Capriccio italiano che lo scrittore si fa portavoce del romanzo sperimentale mostrando la crisi del romanzo tradizionale giocando sui motivi dell’inconscio, dell’onirico e del biologico– sessuale.Il tema centrale del romanzo si basa sulla gravidanza della moglie del narratore e l’attesa del figlio ed è trattato non in modo naturalistico ma come una prova che, attraverso brevi episodi simili ad un sogno, smuovono gli strati dell’inconscio. Il critico L’attività critica di Sanguineti si è svolta inizialmente all’interno dell’ambito accademico: a lui si devono brillanti lavori su Dante ("Dante reazionario") e un’articolata analisi sui nessi tra poesia crepuscolare e liberty, in cui si rintraccia l’origine della poesia italiana del Novecento nella reazione ironica operata dai poeti crepuscolari ai danni dell’estetizzazione liberty, a partire dalla necessità, poi riconosciuta da Eugenio Montale, di “attraversare D’Annunzio”. Esemplificazione e concretizzazione di tale linea critica è l’antologia Poesia italiana del Novecento, la cui agile premessa mostra la rispondenza tra connotazione stilistico-linguistica e connotazione ideologico-psicologica degli autori. (Ideologia e linguaggio sono interfacce di solito coerentemente operanti, come Sanguineti chiarisce più in dettaglio nello studio Ideologia e linguaggio). L’antologia è, dunque, già per sé stessa, saggio critico, per la scelta degli autori e soprattutto dei singoli testi, con attenzione a quelli significativi di posizioni ideologiche e di sperimentalismo linguistico. Opere Poesie * Laborintus, Varese, Magenta, 1956. * Opus metricum, Milano, Rusconi e Paolazzi, 1960. (contiene Laborintus ed Erotopaegnia) * Triperuno, Milano, Feltrinelli, 1964. (contiene Opus metricum e Purgatorio de l’Inferno) * T.A.T., Verona, Sommaruga, 1968. (con litografie e acqueforti di Gianfranco Baruchello) * Renga (scrittura poetica collettiva in collaborazione con O. Paz, J. Roubaud e C. Tomlison), Parigi, Gallimard, 1971. * Wirrwarr, Milano, Feltrinelli, 1972. (contiene T.A.T. e Reisebilder) * Catamerone, Milano, Feltrinelli, 1974. (contiene Triperuno e Wirrwarr) * Omaggio a Emilio Vedova, Milano, Galleria Rizzardi, 1974. (con fogli grafici di Emilio Vedova) * Postkarten, Milano, Feltrinelli, 1978. * Stracciafoglio, Milano, Feltrinelli, 1980. (in appendice Fuori Catalogo, che raccoglie poesie d’occasione scritte tra il 1957 e il 1979) * Fame di tonno. Pastelli e poesie, s.l., Calcografica Studio, 1981. (con pastelli di Luca Alinari) * Scartabello, Macerata, Cristoforo Colombo libraio, 1981. (con dieci disegni di Valeriano Trubbiani) * Re-spira, Milano, Zarathustra, 1982. (con sette acqueforti a colori di Antonio Papasso) * Segnalibro, Milano, Feltrinelli, 1982. (contiene Camerone, Postkarten, Stracciafoglio, Scartabello e Cataletto) * Codicillo 1982, Cernusco sul Naviglio, Severgnini stamperia d’arte, 1983. * Due Ballate, Genova, Pirella Editore, 1984. * Alfabeto apocalittico. 21 ottave con un’acquaforte e 21 capilettera, Milano, Galleria Rizzardi, 1984. (con un’acquaforte e ventun capilettera di Enrico Baj) * Rebus, Modena, Telai del Bernini, 1984. (con una tavola di Carlo Cremaschi) * Omaggio a Pascoli. L’ultima passeggiata, Roma, Il Ventaglio, 1985. * Quintine, Roma, Carte segrete-Rossi & Spera, 1985. (in collaborazione con Salvatore Paladino) * Novissimum Testamentum, Lecce, Manni, 1986. * Promemoria-Pro/memoria, 1992. (tre acqueforti a colori di Antonio Papasso) * Bisbidis, Milano, Feltrinelli, 1987. ISBN 88-07-05050-1. (contiene Codicillo, Rebus, L’ultima passeggiata e Alfabeto apocalittico) * Senzatitolo, Milano, Feltrinelli, 1992. ISBN 88-07-05084-6. (contiene Glosse, Novissimum Testamentum e una serie di poesie “extravaganti” composte tra il 1982 e il 1991) * Malebolge 1994/1995, o Del malgoverno. Da Berluskaiser a Berluscaos, con Enrico Baj, Castel Maggiore, Book editore, 1995. ISBN 88-7232-208-1. * Libretto. 17 poesie 1992-1995, Genova, Pirella, 1995. ISBN 88-85514-44-8. (pubblicazione in occasione dell’incontro sul Manifesto dell’antilibro, Acquasanta, novembre 1995, con disegni di Mario Persico) * Quattro Haiku, Agromonte-Napoli, Ogopogo-ETRA/ARTE, 1995. (con disegni di Cosimo Budetta e una nota introduttiva di Stefano Bartezzaghi) Corollario 1996, Lecce, Manni, 1996. (pubblicazione in occasione della manifestazione “L’olio della poesia. Incontro con Edoardo Sanguineti” promossa dalla Provincia di Lecce e dal Comune di Carpignano Salentino, 25 luglio 1996, contiene cinque poesie) * Rebus, Como, Lythos, 1996. (cinque poesie con litografie di Ico Parisi) * Corollario, Milano, Feltrinelli, 1997. ISBN 88-07-42078-3. * Taccuinetto, Milano, Giorgio Upiglio, 1998. (tre poesie, con tre incisioni di Cristiana Isoleri e una nota di Roberto Sanesi) * Corto, Prato, Canopo, 1998. (dieci poesie, con dodici collage di Marco Nereo Rotelli) * Wunderkammer, Roma, Il Bulino, 1998. (sette poesie, con una puntasecca a colori di Tommaso Cascella) * Sulphitarie, Napoli, Terra del Fuoco, 1999. (con Carmine Lubrano, fotografie di Peppe Del Rossi) * Cose, Napoli, Pironti, 1999. ISBN 88-7937-217-3. (con introduzione di Fausto Curi e postfazione di Ciro Vitiello) * Pensierini per Papasso, 1999. (lettura poetica dei Papiers Froissés di Antonio Papasso, Sala Consigliare Comune di Bracciano Il gatto lupesco. Poesie (1982-2001), Milano, Feltrinelli, 2002. ISBN 88-07-53005-8. (contiene Bisbidis, Senzatitolo, Corollario, la versione completa di Cose e una sezione di poesie extravaganti intitolate Poesie Fuggitive, un nuovo Fuori Catalogo) * Omaggio a Goethe, Bellinzona, Edizioni Sottoscala, 2003. (con disegni di Mario Persico) * Omaggio a Shakespeare. Nove sonetti, Lecce, Manni, 2004. ISBN 88-8176-503-9. (con disegni di Mario Persico e con un saggio di Niva Lorenzini) * Mikrokosmos. Poesie 1951-2004, Milano, Feltrinelli, 2004. ISBN 88-07-81823-X. * Il sonetto del foglio volante, 2006. (poesia dedicata all’opera di Antonio Papasso e contenuta nel film Elogio del leggero di Riccardo Barletta) * Capriccio oplepiano. Pretesti, in “Biblioteca Opleopiana”, n. 30, Edizioni Oplepo, 2010. * Varie ed eventuali. Poesie 1995-2010, Milano, Feltrinelli, 2010. ISBN 978-88-07-42129-7. Romanzi e racconti * Capriccio italiano, Milano, Feltrinelli, 1963. * Il giuoco dell’oca, Milano, Feltrinelli, 1967. * Il giuoco del Satyricon. Un’imitazione da Petronio, Torino, Einaudi, 1970. * Smorfie, Roma, Etrusculudens, 1986. * L’orologio astronomico, Illkirch, Le Verger, 2002. ISBN 2845740174. * Smorfie. Romanzi e racconti, Milano, Feltrinelli, 2007. ISBN 978-88-07-01725-4. Teatro, testi per musica, travestimenti * K., in “Il Verri”, anno IV, n. 2, 1960, pp. 69–82 * K e altre cose, Scheiwiller, Milano, 1962 (contiene K., alcune poesie e interventi critici). * Passaggio, per la musica di Luciano Berio, Universal, London-Milano, 1963 (e in “Sipario”, n. 224, pp. 62–70 * Traumdeutung, in "Menabò", n. 8, 1965, pp. 37–49 * Teatro, Feltrinelli, Milano, 1969 * Laborintus II, per la musica di Luciano Berio, in “Manteia”, XIV-XV, 1972, pp. 14–28 * Marinettiana, in Giuseppe Bartolucci, Il gesto futurista, Bulzoni, Roma, 1969, pp. 73–77 * Orlando Furioso (travestimento dell’Ariosto in collaborazione con Luca Ronconi), Bulzoni, Roma, 1970 * Storie naturali, Feltrinelli, Milano, 1971 * Interviste impossibili: Francesca da Rimini, in AA.VV., Le nuove interviste impossibili, Bompiani, Milano, 1976 * C’ero anch’io: la prima dell’Edipo Re, inedito, 1978 * Carrousel, per la musica di Vinko Globokar, parziale in "Musica e realtà", n. 4, 1981, pp. 21–41 * Faust. Un travestimento, Costa & Nolan, Genova, 1985 (da Goethe, trasformato poi da Luca Lombardi in opera musicale) * Commedia dell’Inferno (da Dante), Costa & Nolan, Genova, 1989 Per Musica, Ricordi Mucchi, Modena, 1993 (contiene con Passaggio e Laborintus II, le opere Carrousel, L’armonia drammatica per la musica di Vinko Globokar, l’Antigone, adattamento per le musiche di scena di Mendelssohn, 1986, correlato dalla nota introduttiva, con il titolo Il complesso di Antigone e tutti i testi con destinazione musicale) * Tracce, Grin, Roma, 1995 (contiene Tracce, Storie naturali, Satyricon, in collaborazione musicale) * Rap, LibriARENA fuoriTHEMA, Bologna, 1996 * Il mio amore è come una febbre e mi rovescio, Bompiani, Milano, 1998 contiene Rap e Sonetto, (entrambi per la musica di Andrea Liberovici) * Dialogo, in “Allegoria”, anno II, n. 5, 1990, e poi in “Passaggi”, anno II, n. 3, giugno 1998, pp. 71–76 * Sei personaggi.com, un travestimento pirandelliano (con musiche di scena di Andrea Liberovici), il Melangolo, Genova, 2001 * L’amore delle tre melarance, un travestimento fiabesco dal canovaccio di Carlo Gozzi, il Melangolo, Genova, 2001 Saggi e studi * Interpretazione di Malebolge, Olschki, Firenze, 1961 * Tre studi danteschi, Le Monnier, Firenze, 1961 * Tra liberty e crepuscolarismo, Mursia, Milano, 1961 * Alberto Moravia, Mursia, Milano, 1962 * Ideologia e linguaggio, Feltrinelli, Milano, 1965 * Guido Gozzano. Indagini e letture, Einaudi, Torino, 1966 * Il realismo di Dante, Sansoni, Firenze, 1966 * Antonio Bueno, Feltrinelli, Milano, 1975 * La missione del critico, Marinetti, Genova, 1987 * Lettura del Decameron, a cura di Emma Grimaldi, Edizioni 10/17, Salerno, 1989 * Dante reazionario, Editori Riuniti, Roma, 1992 * Per una critica dell’avanguardia poetica in Italia e in Francia, Bollati Boringhieri, Torino, 1995 (con un saggio di Jean Burgos e due testimonianze di Pierre Dhainaut e Jacqueline Risset) * Il chierico organico, a cura di Erminio Risso, Feltrinelli, Milano, 2000 * Ideologia e linguaggio, nuova edizione accresciuta, Feltrinelli, Milano, 2001 * Verdi in technicolor, il melangolo, Genova, 2001 * Atlante del Novecento italiano, a cura di Erminio Risso, con fotografie di Giovanni Giovannetti, Manni, Lecce, 2001 * Carol Rama, Masoero Edizioni, Torino 2002 * La letteratura italiana di Edoardo Sanguineti, Rai Educational, 2000 * Cultura e realtà, a cura di Erminio Risso, Milano, Feltrinelli, 2010 Raccolte di articoli * Giornalino, Einaudi, Torino, 1976 * Giornalino secondo, Einaudi, Torino, 1979 * Scribilli, Feltrinelli, Milano, 1985 * Ghirigori, Marietti, Genova, 1988 * Gazzettini, Editori Riuniti, Roma, 1993 * Taccuini (12 prose comparse originariamente su “Rinascita” tra il 1984 e il 1987), in “Poetiche”, n. 3/ 2007, Modena, Mucchi editore, a cura e con introduzione di L. Weber, pp. 413–475 l’altruista Gli ultimi articoli del poeta su Gli Altri, Roma, I edizione Gli Altri, maggio 2011. ISSN 2037-2221. Venduto esclusivamente in abbinamento al settimanale Gli Altri in edicola. Postfazione di Fausto Bertinotti. Traduzioni * J. Joyce, Poesie, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1961 * Salmi: preghiera e canto della Chiesa, a cura di J. Gelineau, U. Wernst, E. Sanguineti, D. Stefani, L. Borello, Elle Di Ci, Torino, 1966 * Euripide. Le Baccanti, Feltrinelli, Milano, 1968 * Seneca, Fedra, Einaudi, Torino, 1969 * Petronio, Il Satyricon, Aldo Palazzi Editore, Roma, 1969 * Euripide, Le Troiane, Einaudi, Torino, 1974 * Eschilo, Le Coefore, il Saggiatore, Milano, 1978 * Sofocle. Edipo tiranno, Cappelli, Bologna, 1980 * Sofocle, Antigone, adattamento per le musiche di scena di Felix Mendelssohn, 1986 * Eschilo. I sette contro Tebe, Sipario, Milano, 1992 * W. Shakespeare, Macbeth Remix (con musiche di scena di Andrea Liberovici), Spoleto, 1998 * Molière, Don Giovanni, il Melangolo, Genova, 2000 * Aristofane, La festa delle Donne, il melangolo, Genova, 2001 * B. Brecht, Il cerchio di gesso del Caucaso, il melangolo, Genova, 2003 * Omaggio a Shakespeare. Nove sonetti, illustrati da Mario Persico, con un saggio di Niva Lorenzini, Manni, Lecce, 2004 * Pierre Corneille. L’illusione comica, il Melangolo, Genova, 2005 * Teatro antico. Traduzioni e ricordi, a cura di Federico Condello e Claudio Longhi, BUR, Milano, 2006 * Quaderno di traduzioni. Lucrezio Shakespeare Goethe, Einaudi, Torino, 2006 * W. Shakespeare La tragedia di Re Lear, il Melangolo, Genova, 2008 * Fedra (Ippolito portatore di corona) di Euripide, per l’Istituto nazionale del dramma antico INDA 2009 Antologie * Il sonetto, Mursia, Milano, 1957 (in collaborazione con Giovanni Getto) * Decameron. 49 novelle commentate da Momigliano, Petrini, Torino 1959 * Poesia italiana del Novecento, Einaudi, Torino, 1969 * L’Opera di Pechino, Feltrinelli, Milano, 1971 Interviste * Fabio Gambaro, Colloquio con Edoardo Sanguineti, Anabasi, Milano 1993 Erminio Risso (a cura di), Atlante del Novecento italiano. La cultura letteraria, con fotografie di Giovanni Giovannetti, Manni, Lecce 2001 (le schede di 74 scrittori, con un’intervista di Erminio Risso a Edoardo Sanguineti) * Giuliano Galletta, Sanguineti/Novecento. Conversazioni sulla cultura del ventesimo secolo, il melangolo, Genova 2005 * Antonio Gnoli, Sanguineti’s Song. Conversazioni immorali, Feltrinelli, Milano 2006 * (a cura di Roberto Iovino), Conversazioni musicali, il melangolo, Genova 2011 Epistolari * Fausto Curi, La poesia italiana d’avanguardia. Modi e tecniche. Con un’appendice di documenti e di testi editi e inediti, Liguori, Napoli 2001 * Ciro Vitiello, Due lettere, un dialogo critico, in Album Sanguineti, a cura di Niva Lorenzini ed Erminio Risso, Manni, Lecce 2002 * Tommaso Lisa (a cura di), Pretesti ecfrastici. Edoardo Sanguineti e alcuni artisti italiani con un’intervista inedita, Società Editrice Fiorentina, Firenze 2004 (contiene il carteggio Sanguineti-Bueno) * Niva Lorenzini (a cura di), Lettere dagli anni Cinquanta, De Ferrari editore, Genova 2009 (contiene le lettere di Sanguineti a Luciano Anceschi) Opere di lessicografia * Schede gramsciane, Utet, Torino 2004 * direzione del volume di supplemento 2004 (integrazioni e aggiornamenti) del Grande dizionario della lingua italiana, Utet, Torino 2004 consulenza e collaborazione per il GRADIT – Grande dizionario italiano dell’uso ideato e diretto da Tullio De Mauro, sei volumi e un CD-rom, Utet, Torino 1999, a cui seguono un volume VII (Nuove parole italiane dell’uso, con un CD-rom), Utet, Torino 2003, e un volume VIII (Nuove parole italiane dell’uso, con una chiave USB), Utet, Torino 2007 Filmografia Ansano Giannarelli: Non ho tempo, 1973, bianco e nero, 104 min. (la versione televisiva è in 3 puntate di un’ora ciascuna). Con Mario Garriba (Evariste Galois), Franco Agostini, Lucio Lombardo Radice, Marisa Fabbri, Fernando Birri. Sanguineti ne scrive la sceneggiatura insieme a Giannarelli e con la consulenza scientifica di Lucio Lombardo Radice. Il film è girato nel 1971-72 ma presentato alle “Settimane della critica” del Festival di Cannes del 1973. Il film presentato a Cannes durava 150 minuti. Luca Ronconi:Orlando Furioso, 1974. Sceneggiato televisivo di 293 minuti in cinque puntate, mandato in onda ogni domenica alle 20, 45 dal 16 febbraio 1975 in bianco e nero. Proiettato nelle sale cinematografiche in un’edizione di 113 minuti (2º e 5º episodio, dal dicembre 1974). Derivato dallo spettacolo messo in scena da Ronconi nel 1969 su testo di Sanguineti. Scene e costumi: Pierluigi Pizzi, fotografia: Vittorio Storaro e Arturo Zavattini, musiche: Giancarlo Chiaramello. Con Mariangela Melato (Olimpia), Ottavia Piccolo (Angelica), Massimo Foschi (Orlando), Guido Mannari (Bireno), Cesare Gelli (Cimosco), Michele Placido (Agramante), Paolo Bonetti (Dardinello), Yorgo Voyagis (Cloridano), Alessio Orano (Medoro), Marzio Margine (Zerbino), Luigi Diberti (Ruggiero), Paolo Turco (il pastore), Giacomo Piperno (Sacripante), Germano Longo (Oberto), Vittorio Sanipoli (Sobrino), Hiram Keller (Brandimarte), Erika Dario (la figlia di Cimosco), Rodolfo Bandini (Guidon Selvaggio), Carla Tatò (la vedova parigina), Ettore Manni (Carlo Magno), Carlo Valli (Ferraù), Edmonda Aldini (Bradamante) * Ennio De Dominicis: Niente stasera, 1993, colore, 72 min. Interpretazione * Michael Muschner: Truck Stop, mediometraggio, 1996. Scrittura di una poesia per il film e sua interpretazione * Felipe Guerriero: Medellìn, 1999. Interpretazione * Ugo Nespolo: Film-a-To, 2001, Betacam colore, 12 min. Lettura di alcune poesie sul cinema scritte appositamente per il film Andrea Liberovici Work in regress– la fabbrica nel cinema, 2006, video-installazione, 30 min. Lettura delle didascalie scritte per il film (esistono due versioni del titolo: Work in regress/ la fabbrica del cinema e Work in regress/ una catena di montaggi) * Mimmo Paladino: Quijote, 2006, HD colore, 75 min. Lettura di un testo poetico, Invenzione di Don Chisciotte, del 1949 Ugo Nespolo: Superglance, 2007, colore, 35 mm., 7 min. Scrittura e dizione dei testiInoltre Sanguineti avrebbe dovuto interpretare una parte in un film di Evgenij Aleksandrovič Evtušenko ma infine decise di non partecipare: una sua testimonianza è nell’intervista concessa a Piero Chiambretti nel programma televisivo Il laureato bis, puntata del 5 febbraio 1996. Probabilmente si trattava del mai realizzato * Konec Musketery (La fine dei tre moschettieri)Su Film-a-to si può vedere * Ugo Nespolo, Film-a-to, Allemandi, Torino 2002 (30 ill. a colori e 50 bn)Sul film di Paladino si può vedere * Mimmo Paladino, Quijote. Una mostra, un film, un libro, edizioni Electa, Milano 2005 Video e televisione * Match, serie di incontri moderati da Alberto Arbasino, puntata con Sanguineti e Moravia, 1978 La letteratura italiana di Edoardo Sanguineti, 14 puntate video della durata di circa 59 minuti ciascuna per Rai Educational, 2000. Regia di Lorenzo Gigliotti. Direttore della fotografia Alessandro Macci. A cura di Marco Sabatini. Oggi in 14 DVD della durata di circa 59 minuti ciascuno: Dalla latinità al volgare / Il Duecento / Dante / Petrarca / Boccaccio / L’Umanesimo / Ariosto e Tasso (oggi compresi nel cofanetto Storia della letteratura italiana di Edoardo Sanguineti. Dalle origini al Cinquecento, Rai, La Rai per la cultura, codice UDOC); Il Cinquecento / Il Seicento / Il Settecento / L’Ottocento. Foscolo e Leopardi / L’Ottocento: Manzoni / Il Novecento: prosa / Il Novecento: poesia (oggi compresi nel cofanetto Storia della letteratura italiana di Edoardo Sanguineti. Età moderna e contemporanea, Rai, La Rai per la cultura, codice UEMC) * abecedario di edoado sanguineti, a cura di Rossana Campo, video-intervista in 2 DVD, regia Uliano Paolozzi Balestrino, DeriveApprodi, Roma maggio 2006 * Sanguineti e Inge Feltrinelli sugli anni '60, intervista registrata alla libreria Feltrinelli di Mantova nel settembre 2006 Alfabeto Apocalittico, di e con Edoardo Sanguineti e Stefano Scodanibbio, immagini di Enrico Baj. Ripresa televisiva dello spettacolo con regia di Massimo Puliani, in occasione della consegna a Sanguineti del titolo accademico Honoris Causa all’Accademia di Belle Arti, Macerata, 4 maggio 2006 Eventi, mostre, installazioni * Magazzino Sanguineti, mostra (spezzoni di film, frammenti sonori, riproduzioni fotografiche, diapositive che proiettano versi), a cura di Erminio Risso, Palazzo Ducale, Loggia degli Abati, 23 maggio-27 giugno 2004 * Ritratto del Novecento alla Sala Borse di Bologna, regia di Giuseppe Bertolucci, 12-16 dicembre 2005 (ora le schede sono pubblicate in Ritratto del Novecento, a cura di Niva Lorenzini, Manni, Lecce 2009) Marcel Duchamp e il cinema, giornata sul cinema duchampiano, installazione Rotorilievi (telecamera e stampante, in una stanza, con al centro un divano), 8 giugno 2006. A cura di Valter Scelsi, Marta Oddone, Francesco Frassinelli, Davide Perfetti, Erminio Risso (nel corso della mostra “Marcel Duchamp: una collezione italiana”, allestimento a cura di Massimiliano Fuksas, 11 maggio-16 luglio, Genova, Museo di Villa Croce) * C’era una volta il pc – un quarto di secolo di personal computer, ologramma per la mostra “Hi Tech! Festival dell’innovazione”, Roma, complesso mussale dell’Ara Pacis, dal 7 al 10 giugno 2007 Riferimenti Wikipedia – https://it.wikipedia.org/wiki/Edoardo_Sanguineti

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autori

“Senza poeti, senza artisti, gli uomini sarebbero presto stanchi della monotonia della natura.” —Guillaume Apollinaire

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opere

“La poesia è il fuoriuscire spontaneo di sentimenti potenti: essa trae origine dall'emozione raccolta in tranquillità” —William Wordsworth

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